Il Pd prolunga il mandato della segretaria e blinda la candidatura
Prima ancora di sfidare Giorgia Meloni, Elly Schlein forza la mano e mette Giuseppe Conte con le spalle al muro. La corsa a Palazzo Chigi non passerà necessariamente dalle primarie invocate dal presidente del Movimento 5 Stelle. Dall’Assemblea nazionale del Pd, riunita ieri a Roma, arriva una candidatura esplicita che restringe gli spazi di manovra dell’ex premier e riaccende il confronto sulla leadership del centrosinistra.
«Sono pronta a guidare questa comunità e a guidarla come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza le primarie», annuncia Schlein. Un messaggio che chiarisce le intenzioni della segretaria democratica, decisa a rivendicare la guida della coalizione senza attendere necessariamente il voto degli elettori. Conte, che continua a chiedere le primarie per scegliere il candidato premier, deve così fare i conti con un’alleata che ha già ufficializzato la propria disponibilità a correre.
Non è la prima volta che Schlein respinge le proposte del leader pentastellato. Il 6 ottobre era stato lo stesso Conte a rivelare di aver suggerito alla segretaria del Pd un passo indietro di entrambi per individuare una figura terza sulla quale far convergere l’intera coalizione. «Non ho fatto nomi perché Schlein mi ha detto che non c’è per lei questa disponibilità», aveva spiegato l’ex presidente del Consiglio, tornando a sollecitare le primarie.
Il mandato
Nel frattempo, la segretaria democratica ottiene anche un altro risultato politico. L’Assemblea nazionale ha modificato lo Statuto del partito e prolungato il suo mandato, che sarebbe scaduto il 12 marzo 2027, rinviando il congresso a dopo le prossime elezioni politiche. La modifica dell’articolo 8, approvata con 602 voti favorevoli, uno contrario e un astenuto, consente a Schlein di mantenere la guida del Pd anche durante la campagna elettorale.
Ma non basta. Con una seconda votazione, l’Assemblea designa la segretaria come unica candidata del Pd alle eventuali primarie di coalizione. L’ordine del giorno passa con 578 voti favorevoli, 26 astenuti e tre contrari, nonostante le contestazioni dei riformisti, contrari a impedire la partecipazione di altri esponenti democratici.
Le contestazioni
Lorenzo Guerini ribadisce il sostegno a Schlein, ma contesta il ricorso a un ordine del giorno per superare una previsione statutaria che consente più candidature dello stesso partito. Anche Giorgio Gori aveva chiesto una competizione aperta, senza riuscire a modificare la decisione della maggioranza. Il senatore Filippo Sensi sintetizza il dissenso: «Unità sì. Unanimità no. Non c’era bisogno di forzature».
La partita
Per Conte, dunque, la questione si fa più complicata. Prima Schlein respinge l’ipotesi del candidato terzo, poi ottiene il prolungamento del mandato alla guida del Pd e l’investitura come unica candidata del partito. Infine, rivendica la corsa a Palazzo Chigi anche senza primarie. Il presidente del M5S può continuare a chiedere una consultazione popolare, ma deve confrontarsi con una segretaria che ha già consolidato la propria posizione all’interno dei democratici.
La partita resta aperta perché la decisione del Pd non equivale a un’investitura da parte dell’intera coalizione. Schlein non esclude le primarie, ma chiarisce che la propria candidatura non dipende dal loro svolgimento. Conte insiste sulla necessità di far scegliere gli elettori. Due posizioni che il centrosinistra dovrà conciliare prima di individuare chi sfiderà Giorgia Meloni.




