Frodi fiscali nel commercio del pesce, maxi sequestrato di 17,6 milioni euro

I prezzi ribassati grazie all’evasione dell’Iva

Un sistema di frodi fiscali nel commercio all’ingrosso di prodotti ittici, con società fittizie, fatture per operazioni inesistenti e finanziamenti garantiti dallo Stato ottenuti attraverso bilanci falsi. È quanto emerge da un’inchiesta della Procura di Napoli che coinvolge 14 soggetti, tra persone fisiche e giuridiche, e ha portato al sequestro di beni per 17,6 milioni di euro. Il provvedimento è stato eseguito questa mattina dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli, nell’ambito delle indagini coordinate dalla terza sezione Criminalità Economica, guidata dal procuratore aggiunto Alessandro Milita. Gli accertamenti riguardano anche false fatturazioni per un valore di 87 milioni di euro.

Le frodi fiscali nel commercio del pesce

L’organizzazione individuata dagli investigatori avrebbe operato nelle province di Napoli, Caserta, Avellino, Rimini e Milano, attraverso un sistema di società prive di reale operatività. Le presunte frodi riguardano principalmente la compravendita di salmone, tonno, spigole e orate, acquistati soprattutto da operatori di Svezia, Spagna e Grecia.

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Secondo la ricostruzione investigativa, l’interposizione di società fittizie negli acquisti intracomunitari e l’emissione di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti avrebbero consentito di commercializzare ingenti quantitativi di pesce senza il regolare assolvimento dell’Iva. Il vantaggio fiscale ottenuto avrebbe permesso di praticare prezzi inferiori rispetto a quelli degli operatori regolari, alterando le condizioni di concorrenza. Le verifiche hanno inoltre evidenziato indebite compensazioni di crediti d’imposta per investimenti nel Mezzogiorno, omesse dichiarazioni Iva e mancati versamenti dell’imposta dichiarata.

Le società «cartiere» sarebbero state utilizzate anche per accedere a finanziamenti bancari garantiti dallo Stato. In particolare, il presunto promotore dell’organizzazione, con l’aiuto di un collaboratore esperto in operazioni finanziarie, avrebbe presentato documentazione fiscale e contabile infedele per simulare un’attività aziendale inesistente e ottenere i prestiti. Il successivo mancato rimborso avrebbe determinato l’escussione delle garanzie statali, con un conseguente danno alle risorse pubbliche destinate al sostegno delle imprese.

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Il sequestro da 17,6 milioni di euro

Le indagini bancarie e patrimoniali hanno fatto emergere anche presunte operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio, realizzate attraverso il trasferimento e il reinvestimento dei proventi illeciti in immobili e attività commerciali. Secondo gli inquirenti, società e beni sarebbero stati intestati fittiziamente a familiari e persone compiacenti, così da nasconderne la reale proprietà, lasciarne il controllo agli effettivi gestori e sottrarli a eventuali provvedimenti ablativi.

Sulla base degli elementi raccolti, il gip del Tribunale di Napoli ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente, di beni e disponibilità finanziarie per oltre 17,6 milioni di euro. La somma comprende circa 9,8 milioni riconducibili ai reati tributari, 1,8 milioni alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e altri 6 milioni alle ipotesi di riciclaggio e autoriciclaggio. Si tratta di una misura cautelare reale adottata nella fase delle indagini preliminari, contro la quale sono previsti i mezzi di impugnazione stabiliti dalla legge. Per tutti i soggetti coinvolti resta ferma la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

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