Fiano minaccia l’addio e i riformisti si ribellano
Quando il voto rischia di trasformarsi nella fotografia di una spaccatura ormai esplosa, il Pd sceglie di non esserci. È accaduto ieri sul ddl antisemitismo: i democratici non hanno partecipato alla votazione in commissione Affari costituzionali, scansando così una conta che avrebbe potuto mettere nero su bianco una guerra fratricida ormai combattuta alla luce del sole. I riformisti contestano la linea del partito ed Emanuele Fiano è arrivato a mettere sul tavolo persino l’addio al Pd. Non più semplici sensibilità differenti, dunque, ma uno scontro politico aperto tra anime sempre più difficili da tenere insieme.
La frattura supera anche i confini del Nazareno. Ieri M5S e Avs hanno votato contro il ddl, mentre Italia Viva e Azione si sono schierate a favore insieme alla maggioranza. Posizioni opposte nell’area politica che dovrebbe costruire un’alternativa al centrodestra, nonostante l’appello di Liliana Segre affinché si arrivasse a un’approvazione condivisa. La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al mandato al relatore sul testo già approvato dal Senato, che dovrà adesso affrontare il voto dell’Aula di Montecitorio.
Nel Pd è guerra, i riformisti non voteranno «no»
La mancata partecipazione alla votazione arriva dopo giorni nei quali la frattura interna è diventata sempre più difficile da nascondere. La linea emersa dalla riunione del gruppo alla Camera era quella del no qualora la maggioranza non avesse accettato le modifiche chieste dai democratici. Una scelta che ha provocato la reazione dell’area riformista.
Tra le voci più nette c’è quella di Piero Fassino. Per l’ex segretario dei Ds votare contro sarebbe «un errore». «Non è vero che questa legge limiti il diritto di critica al governo di Israele», ha sostenuto. Per Fassino «la critica più dura al governo Netanyahu è giusta e doverosa», ma questo «non può tradursi nell’abbandonare un impegno fermo e chiaro contro l’antisemitismo». E avverte: «Il messaggio che il Pd deve dare sull’antisemitismo deve essere chiaro, netto e senza ambiguità».
Le crepe erano già emerse durante il passaggio al Senato, quando l’indicazione del Pd era stata quella dell’astensione ma sei esponenti riformisti avevano votato a favore. Alla Camera la fronda ha cinque nomi e cognomi: Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Virginio Merola, Nicola Carè e Piero Fassino. E un punto lo hanno già fissato: non voteranno «no». Resta da decidere quale posizione assumeranno in Aula. «Il ddl non verrà in Aula prima di metà ottobre, concorderemo anche alla luce degli sviluppi della discussione», è la spiegazione che arriva dall’area riformista.
Ieri quella conta è stata rinviata. Invece di misurare in commissione favorevoli e contrari, il Pd ha scelto di non partecipare alla votazione. Ma il problema resta sul tavolo e potrebbe ripresentarsi con ancora maggiore forza quando arriverà il voto definitivo.
A dare la misura dello scontro è soprattutto Emanuele Fiano. L’ex deputato democratico, figlio di Nedo Fiano, sopravvissuto ad Auschwitz, ha messo apertamente in discussione la propria permanenza nel partito qualora il Pd confermasse il no. Alla domanda del Corriere della Sera se fosse realmente disposto a lasciare i democratici, Fiano ha risposto: «È il mio orientamento». Una scelta sulla quale, ha spiegato, ha «ragionato e sofferto». Ha raccontato inoltre di trovarsi a Birkenau quando ha appreso della decisione del gruppo: «Sono rimasto annichilito». E sull’ipotesi che la linea serva a non entrare in rotta di collisione con M5S e Avs ha risposto, riferendosi a Elly Schlein: «Spero per lei che non sia questa la risposta».
Il nodo Ihra e l’appello di Segre
Al centro dello scontro c’è la definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Il testo la adotta insieme ai relativi indicatori, mantenendo ferme la libertà di critica politica e quella di espressione. Il Pd chiede però una modifica che renda ancora più esplicito che criticare le azioni del governo israeliano non possa comportare un’accusa di antisemitismo. Sullo stesso terreno si concentrano le obiezioni di M5S e Avs, mentre Italia Viva e Azione hanno scelto di sostenere il ddl.
A tentare di ricomporre lo scontro era intervenuta Liliana Segre. La senatrice a vita aveva rivolto un «accorato appello» alle forze politiche affinché arrivassero a un voto unanime, dicendosi disponibile persino a inserire un ulteriore chiarimento sulla possibilità di criticare Israele senza essere considerati antisemiti. Una modifica da lei giudicata «inessenziale», perché quella garanzia sarebbe già presente nell’impianto della definizione Ihra, ma accettabile pur di raggiungere un’intesa.
Ieri quell’intesa non è arrivata. Il ddl procede verso l’Aula e proprio lì arriverà il passaggio più difficile per il Pd. Guerini, Quartapelle, Merola, Carè e Fassino hanno già escluso il no, mentre Fiano minaccia persino l’addio. La mancata partecipazione al voto ha consentito ai democratici di rinviare la conta. A metà ottobre, però, la guerra interna potrebbe arrivare direttamente nell’Aula di Montecitorio.




