Primarie centrosinistra, scegliere il leader rischia di svelare che la coalizione non c’è

Il rischio è eleggere un vincitore e perdere gli sconfitti

Nel centrosinistra il problema non è soltanto come scegliere il candidato premier, ma che cosa potrebbe accadere dopo. Il timore che le primarie aprano fratture difficili da ricomporre attraversa il Partito Democratico e riporta in primo piano una questione più profonda: quanto è davvero solida l’alleanza tra Pd, Movimento 5 Stelle e le altre forze del campo largo?

A riaprire il confronto è Roberto Speranza, esponente della sinistra Pd, sostenitore di Elly Schlein al congresso e tra coloro che hanno tenuto a battesimo il “correntone” di Montepulciano. In un’intervista al Corriere della Sera boccia l’ipotesi dei gazebo: «Sarebbero un errore politico e vanno evitate». Una posizione che arriva mentre, alla ripresa dei lavori parlamentari, tornerà al centro anche la legge elettorale e Schlein e Giuseppe Conte appaiono ormai da mesi pienamente in campo.

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Il precedente Schlein e il rischio delle primarie

La posizione di Speranza non risulta concordata né condivisa dalla sinistra dem che fa riferimento, tra gli altri, ad Andrea Orlando, Peppe Provenzano e Marco Sarracino. In quell’area viene ribadito che le strade sono due: affidare la leadership al partito che prende un voto in più oppure ricorrere alle primarie, con Schlein candidata del Pd.

I timori, però, non mancano. Il precedente politico è quello del 2022, quando Pd e M5S corsero separati alle elezioni e il centrodestra vinse nettamente. Il rischio è che una corsa tra Schlein e Conte produca nuove fratture proprio mentre si tenta di costruire un’alternativa comune. Le primarie, quindi, potrebbero non creare le divisioni ma renderle evidenti. Se gli elettori dello sconfitto avessero difficoltà a riconoscersi nel vincitore, il problema sarebbe precedente ai gazebo e riguarderebbe la consistenza stessa della coalizione.

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C’è poi un precedente che il Pd conosce bene. Nel congresso Dem del 2023 Stefano Bonaccini vinse nettamente la fase riservata agli iscritti con 79.787 voti, il 52,87%, contro i 52.637 e il 34,88% di Schlein. Alle primarie aperte il risultato fu ribaltato: Schlein conquistò il 53,75% con 587.010 voti, mentre Bonaccini si fermò al 46,25%.

Tutto avvenne secondo le regole, ma quel risultato dimostrò quanto i gazebo possano modificare rapporti di forza già emersi all’interno del partito. In una competizione per Palazzo Chigi il problema sarebbe ancora più delicato: lo sconfitto dovrebbe non soltanto accettare il verdetto, ma convincere il proprio partito e il proprio elettorato a sostenere il vincitore.

Anche alcuni “padri nobili” del Pd invitano alla prudenza. Romano Prodi aveva avvertito che «le primarie sono da ripensare» e che prima serve un progetto condiviso da tutta la coalizione, altrimenti «è come eleggere il capitano della squadra che perde contro la Bosnia». Pierluigi Bersani non mette in discussione il metodo, ma pone la stessa condizione: prima valori e programma comuni, poi la gara per la leadership.

I dubbi nel Pd e le alternative ai gazebo

Più netto Goffredo Bettini, secondo il quale «le primarie presentano rischi non da poco», perché il vincitore dovrebbe poi riuscire a «empatizzare» con elettorati differenti e talvolta ostili tra loro. Da qui la proposta di indicare nel programma, come richiede lo Stabilicum, un’alta personalità del mondo della cultura o delle istituzioni, rinviando la scelta del premier a dopo il voto e nel rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica.

Prima ancora del confronto sulla legge elettorale, Dario Franceschini aveva ipotizzato di congelare le primarie, lasciare correre separatamente i partiti e unirli poi in Parlamento. Una soluzione superata dallo Stabilicum in discussione, mentre lo stesso Franceschini ha smentito le indiscrezioni secondo cui starebbe facendo pressioni sui leader per rinunciare ai gazebo. Il senatore di Areadem sostiene anzi che le primarie restino «una grande occasione di mobilitazione democratica» e «l’unica strada realisticamente possibile» per individuare una candidatura comune a premier. Al Nazareno la linea resta quindi quella già indicata: primarie oppure leadership affidata al partito della coalizione che otterrà un voto in più.

Nella maggioranza interna al Pd, tuttavia, viene sottolineato che «il tema non è se vinci o se perdi le primarie», ma come ci si arriva. Se bisognerà attendere il varo della legge elettorale, previsto nell’autunno inoltrato, potrebbe restare poco tempo per ricomporre le divisioni già emerse e quelle che una competizione, nei fatti già iniziata, rischierebbe di approfondire.

E le differenze non sono teoriche. Pd, M5S e gli altri alleati del campo largo hanno mostrato sensibilità diverse sull’Ucraina e sul sostegno militare a Kiev, sul riarmo e sulla difesa comune europea, sulla Tav e sull’utilizzo dei fondi Safe. Più recentemente si è aggiunto il confronto aperto da Conte sugli eccessi della cultura woke. Questioni che una competizione diretta per la leadership rischierebbe inevitabilmente di portare dentro la campagna per le primarie.

Prima del leader resta il problema della coalizione

Gli scettici ricordano inoltre che nelle Regioni conquistate dal centrosinistra non si sono svolte primarie: se il metodo ha funzionato a livello territoriale, si chiedono, perché non tentare anche sul piano nazionale? Ma proprio qui il confronto smette di essere procedurale. Evitare i gazebo può impedire uno scontro diretto, ma non cancella le differenze tra Pd, M5S e gli altri alleati. Organizzarli può invece attribuire una forte legittimazione al vincitore senza garantire che gli sconfitti riescano poi a portare con sé i rispettivi elettorati.

Il precedente Schlein-Bonaccini aggiunge un elemento concreto: nel 2023 il Pd assorbì il ribaltamento e affidò la segreteria alla vincitrice delle primarie. Una sfida tra leader di partiti diversi avrebbe però conseguenze più complesse, perché Schlein e Conte dovrebbero trascinare dietro il vincitore comunità politiche autonome e sensibilità molto lontane.

Il vero interrogativo del campo largo precede quindi il nome del candidato premier. Riguarda la capacità di trasformare un insieme di partiti accomunati dalla volontà di presentarsi insieme alle elezioni in una coalizione capace di riconoscersi nello stesso programma e, dopo la competizione, nello stesso leader. Se la scelta della guida rischia di mettere in discussione l’unità della coalizione, le primarie non sono necessariamente il problema. Possono essere il luogo nel quale un problema già esistente diventa impossibile da nascondere.

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