Mattarella batta un colpo, prima che a pagare siano ancora gli italiani

Il capo dello Stato è anche presidente CSM: il suo silenzio pesa

È in libreria da qualche settimana il saggio di Savino Balzano «Romanzo Quirinale» – edito da «Paper First». Centottanta pagine, lungo le quali l’autore, setacciando le dichiarazioni e in particolare «il non detto» degli ultimi due capi dello Stato, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, il cui mandato scadrà nel 2029, prova a spiegare – e lo scrive nel sottotitolo – «come il Colle ha abbandonato la Costituzione per Washington, Bruxelles e il partito della Guerra».

Ed essendo stati gli unici che hanno avuto il «potere» di risiedere al Colle oltre i 7 anni previsti dalla Costituzione, sono anche quelli che hanno finito per segnare di più il cammino della Repubblica. Il primo è rimasto in carica 8 anni e 8 mesi. Eletto il 15/6/2006, il mandato, scaduto il 20/4/2013, gli fu prorogato, ma il 14/1/2015 si dimise. Poi fu il turno dell’attuale capo dello Stato. Eletto il 31 gennaio 2015, alla scadenza del primo mandato, il 29 gennaio 2022 – diversamente da Giorgio Napolitano – rifiutò la proroga temporanea, ma pretese e ottenne il secondo mandato per intero.

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Dal Quirinale alla «sovranità dei partiti»

E già da qui avremmo dovuto capire il modello di capo dello Stato che ci saremmo ritrovati: più che un presidente della Repubblica, un monarca. E, lo dico con estrema franchezza, è difficile dire che lo abbia fatto così come scritto nella Costituzione – sulla carta, ma molto sulla carta, è «la più bella del mondo». Gestita, però, secondo le convenienze politiche del momento e degli stessi residenti sul Colle, che – pur continuando a parlare in nome dei cittadini e di sovranità popolare – andavano avanti dimostrando che per questa bisogna intendere dominio dei partiti, ovvero della sinistra e soprattutto del Pd.

Sicché, col passare degli anni e dei presidenti della Repubblica, di questa bellezza se n’è vista sempre di meno, fino a perdersi del tutto, mentre d’ipocrisia politica sempre di più. Ma fermarsi a ciò che si legge nel sottotitolo, per quanto vero, è decisamente riduttivo. Perché – a parere personale, se si analizzano i comportamenti dei presidenti della Repubblica da Pertini in avanti, alla luce dell’azione degli ultimi due, non si può non rendersi conto che la situazione di precarietà della tenuta politica italiana dipende soltanto in parte da quello, ma anche dalla constatazione che, abbandonati a se stessi, col tempo sono venuti meno proprio quei diritti fondamentali che un Paese democratico è tenuto a garantire ai propri cittadini: l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà personale, la sicurezza, la libertà di manifestazione del pensiero e di religione, il diritto a un equo processo e i diritti sociali come salute e istruzione.

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Tutto ciò in conseguenza di come certe scelte quirinalizie siano state improntate più a scelte personali e non sempre in linea con quanto dettato dai contenuti della «cosiddetta» (quando conviene e da chi conviene) Costituzione «più bella del mondo».

Una Costituzione disattesa

Sicché, diciamolo apertamente e senza alcun retropensiero, la nostra Magna Carta – comunque certamente una delle migliori del mondo – non è stata abbandonata solo per le ragioni indicate nel sottotitolo, ma disattesa anche per motivazioni che poco hanno a che fare con la democrazia e con lo Stato di diritto, nonché per evidentissime ragioni di continuità politica.

Tanto più che opposizione e magistratura (con le tante contestazioni e disapplicazioni di norme non gradite) hanno generato una sensazione d’impunità, offrendo la sensazione di essere più vicine a chi occupa le case, ai migranti irregolari, ad assassini e femminicidi, a rapinatori di negozi e case private, ai maranza che circolano armati e aggrediscono da soli o in gruppo, che, seppure fermati dagli agenti, si ritrovano dopo poche ore di nuovo per strada a passeggiare, che ai cittadini onesti, agli agenti delle forze dell’ordine immediatamente indagati, sospesi, colpevolizzati, sottoposti alla gogna generale e costretti a pagarsi di tasca propria le spese legali quando, per difendere i cittadini, se stessi o i colleghi, sono costretti a usare le armi.

Il silenzio del capo dello Stato

Di conseguenza, quello del capo dello Stato e presidente del CSM (in quanto tale, potrebbe chiedere ai magistrati un po’ di misura nell’iperattivismo politico e nelle quasi quotidiane interferenze delle Corti giudiziarie sull’attività legislativa del governo, ricordando loro che le norme che contestano, perché a loro dire incostituzionali, sono controfirmate da lui proprio per garantirne la costituzionalità) è diventato un silenzio inquietante. Un mutismo che ha contribuito a far crollare il livello di fiducia dei cittadini anche nelle toghe stesse.

L’augurio, quindi, è che le elezioni politiche dell’anno prossimo e quelle presidenziali previste per il 2029 riescano a cambiare le cose. Ma attenzione: mancano ancora più di 2 anni e, se nel frattempo il capo dello Stato non deciderà di rompere il silenzio – ricordando ai magistrati che la Costituzione «prevede» che le leggi le faccia il Parlamento e a loro tocca non interpretarle, ma applicarle –, la situazione, e non solo sotto il profilo della sicurezza, non potrà che peggiorare.

La sfida per il Colle

E che nel 2029 a salire al Colle sia un esponente di destra (che ne ha i numeri e in nome dell’alternativa), di sinistra o di centro, e che il governo Meloni e quello prossimo continuino a fare bene o meno, venirne fuori sarà comunque difficile. E a pagarne le conseguenze saranno, come al solito, l’Italia e gli italiani. Mattarella quindi batta un colpo!

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