Meloni striglia l’Ue: «La burocrazia non può sostituirsi alla politica»

La premier chiede una svolta a Bruxelles

Giorgia Meloni striglia l’Unione europea e chiede una svolta: meno regole, più politica, più capacità di incidere nelle crisi globali che colpiscono famiglie e imprese. Il messaggio della presidente del Consiglio, pronunciato a Roma, guarda soprattutto a Bruxelles, da cui è attesa una risposta alla lettera inviata a Ursula von der Leyen, forse già il 3 giugno.

Il punto politico più forte riguarda l’energia. Meloni chiede che agli investimenti necessari per fronteggiare gli effetti della crisi iraniana sia riconosciuto un margine simile a quello previsto per le spese militari. «La difesa è libertà», dice la premier, ma la difesa oggi passa anche dalla tutela di «famiglie e imprese» esposte alle conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz.

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Per Palazzo Chigi, le condizioni che stanno pesando sui prezzi non dipendono dalle scelte dei singoli Stati membri. Sono circostanze «che sfuggono al controllo degli Stati membri dell’Ue» e che, secondo Meloni, giustificano «ampiamente» l’estensione del campo di applicazione della National Escape Clause.

La presidente del Consiglio tiene però a delimitare la richiesta italiana: non si tratta di aprire la strada a «nuovo debito», ma di «allocare al meglio quello che è già previsto». Una linea che la premier definisce «puro e semplice buonsenso».

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È dentro questa cornice che arriva l’affondo più netto all’Europa. L’Ue, secondo Meloni, deve «fare meno e meglio» e smettere di comportarsi da «gigante burocratico». Il problema, nella lettura della premier, è una struttura che produce regole in continuazione ma fatica a pesare nelle grandi partite internazionali.

L’Ue nel mirino: troppe regole, poca voce nel mondo

La critica riguarda quella che Meloni indica come «la principale, enorme, fragilità»: «la configurazione dell’Unione europea». Bruxelles, sostiene, «moltiplica le regole su ogni aspetto della vita comune», ma resta «esitante quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali».

Da qui il richiamo all’iniziativa avviata con il cancelliere tedesco Friedrich Merz per «disboscare la giungla normativa». La formula scelta dalla premier chiarisce il bersaglio: «La burocrazia non può sostituirsi alla politica». Il passaggio arriva in una fase che Meloni descrive spesso come una «policrisi». Sullo sfondo pesa anche l’evoluzione dei rapporti transatlantici, condizionata molto da Donald Trump, anche se dal palco del centro congressi La Nuvola il suo nome non viene pronunciato direttamente.

La premier preferisce rivendicare il dato dell’export: «nell’anno più difficile dei rapporti transatlantici», le vendite italiane verso gli Stati Uniti hanno segnato un «+7,2% con gli Usa». È anche su questo numero che costruisce la rivendicazione politica: l’Italia non è più «l’anello debole d’Europa», ma una nazione «credibile, autorevole».

Il confronto con Bruxelles non si ferma all’energia. Meloni rilancia anche la battaglia sugli Ets e collega la competitività industriale alla necessità di rimuovere vincoli che, nella sua impostazione, rischiano di appesantire il sistema produttivo.

Imprese, nucleare e burocrazia italiana

Davanti agli industriali, la presidente del Consiglio non parla soltanto all’Europa. A Confindustria propone «di avviare subito un cantiere comune per arrivare ad una riforma comune della burocrazia in Italia». Poi si rivolge direttamente ai dirigenti delle imprese: «Non abbiate paura. Siate coraggiosi e vi prometto che farò lo stesso».

Il discorso dura 36 minuti e arriva all’indomani della tornata delle amministrative, con cui il centrodestra ritiene di avere assorbito definitivamente la debacle referendaria. Meloni assicura che il governo non ha perso la rotta: l’esecutivo «c’è e non intende indietreggiare di un solo millimetro».

La platea di Confindustria è considerata favorevole, pur dentro un rapporto che negli anni ha conosciuto anche confronti «senza pregiudizi, senza sconti, con franchezza». Meloni ringrazia il presidente Emanuele Orsini «per aver riconosciuto gli sforzi fatti dal governo per rimettere al centro il lavoro, l’impresa, la produzione».

Rispetto all’assemblea di un anno fa, i temi sono rimasti in parte gli stessi: il prezzo dell’energia, allora accompagnato dall’annuncio di tolleranza zero contro le speculazioni, e il nodo europeo dei dazi interni autoimposti. A cambiare è il contesto, oggi più critico. Sul piano interno, la premier indica anche il ritorno al nucleare come una strada praticabile. «La ripresa della produzione nucleare è un obiettivo alla nostra portata», afferma, spiegando che il governo vuole «proseguire speditamente». «Entro l’estate sarà approvata la legge delega», con un riferimento esplicito ai «mini-reattori modulari, sicuri e puliti».

Nel finale, Meloni rivendica i provvedimenti già adottati, dal decreto lavoro al Piano casa, e apre ad alcune richieste arrivate dal mondo industriale. I dossier citati vanno dall’iperammortamento al riordino delle Tax expenditures, dalla riforma della responsabilità di impresa al rilancio dei piani individuali di risparmio. Spazio anche ai meccanismi per aumentare gli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale e alla formazione dei giovani sull’Intelligenza artificiale.

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