Referendum, affluenza «top» ieri al 48,23%: si va verso il 60%

Si rafforzano le possibilità del Sì, ma è presto per festeggiare

Restano ancora (ma dipende dall’ora in cui leggerete questa nota, ndr) altre 8 ore a disposizione di chi vuole dire la propria su questo referendum che, in verità, ci saremmo potuti evitare. Sarebbe bastato che la sinistra falsoprogressista non avesse cambiato idea rispetto alle modifiche previste: separazione delle carriere, doppio Csm, sorteggio per la nomina dei loro componenti e istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, sulle quali erano d’accordo fin dai tempi della bicamerale nella XIII legislatura. Quella, però, era presieduta da D’Alema, che non è più d’accordo col Baffinodiferro di allora, cioè con se stesso, e ha definito quella di Meloni e Nordio «una riforma pericolosa».

Ovvio: se fosse stata approvata allora, sarebbe passata alla storia come riforma D’Alema; ora sarebbe ricordata come riforma Meloni. E non va bene. Per cui, bisognava fare di tutto per farla bocciare dai cittadini, strafottendosene dei loro interessi, lasciando in Costituzione quel processo inquisitorio voluto da Mussolini che né la Costituzione repubblicana del 1947 né alcuna modifica successiva sono riuscite a cancellare.

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Fatto è che l’opposizione e l’Anm, al di là della riforma – utilizzata come strumento utile alla bisogna – hanno un altro obiettivo: la spallata al governo Meloni. Ci sono riusciti? Chi lo sa. Lo sapremo soltanto stasera. Certo è che ce l’hanno messa davvero tutta, anche con le menzogne, per centrare l’obiettivo che si erano riproposti. Ci sono riusciti? Personalmente ritengo di no, ma di sicuro lo sapremo soltanto stasera. Per il momento si sa soltanto che l’affluenza alle urne (48,23% alle 23) ieri è andata al di là di ogni più rosea aspettativa e sembra avviarsi al traguardo del 60%.

Il voto come terreno di scontro politico

Eppure, sin da quando è stata approvata definitivamente al Senato il 30 ottobre e ci si è resi conto che era necessario il referendum confermativo, i signori del No (Anm, Pd, 5S, Avs, Cgil e via dicendo), anziché discutere dei contenuti, hanno parlato d’altro, nascondendosi dietro la «deriva liberticida», il «rischio per la democrazia» e, senza darlo a vedere, hanno scaricato una montagna di menzogne sul Governo; e qualcuno dei leader più influenti del gruppo, vedi Monti, ha lasciato intendere che «voterà per tutelare lo Stato di diritto, ma non contro il governo».

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Politicizzando, così, al massimo il senso del voto e ponendo, però, le premesse perché, se dovesse vincere il «no», loro avrebbero potuto continuare con le sceneggiate di piazza chiedendo le dimissioni di Meloni. Che, però, si è già portata un passo avanti, ribadendo che, comunque, non si dimetterà. Del resto, perché dovrebbe farlo? Si è votato per il referendum, non sul governo.

Stessa cosa se l’affluenza fosse stata un flop, perché avrebbero potuto dire che alla maggioranza degli italiani la giustizia sta bene come sta e non ha bisogno di modifiche. Già, ma come dice l’antica saggezza, «tentar non nuoce». E lor signori, nel caso, certamente ci proveranno. Anche a rischio di spaccarsi ulteriormente, visto che una sostanziosa parte di loro – quella che, rispetto al ’97-’98, non ha cambiato idea sull’importanza, per la giustizia di questo Paese, di riformare l’ordinamento giudiziario e separare le carriere fra pm e giudici – si è già schierata per il sì.

La campagna del No e le sue contraddizioni

Ma la Schlein (per questa scelta sta facendo rivoltare nella tomba il nonno materno, Agostino Viviani, già senatore e giurista del Psi e membro laico del Csm, defunto nel 2009, che nel 1996, intervistato da Radio Radicale, sostenne che «la carriera unica dei magistrati è un’assurdità»), Avs e Conte, senza idee, a parte le boutade, si sono messi a correre dietro Landini, leader della Cgil, che ha trasfigurato quello che era il principale sindacato italiano dei lavoratori in un gruppuscolo, per quanto numeroso, di estremisti di sinistra.

Che, alleato con anarchici, islamisti residenti in Italia e antagonisti, dopo essere scesi tutti – ma non in tanti – insieme in una piazza del Popolo a Roma desolatamente semivuota, hanno bruciato le foto di Meloni e Nordio, hanno trasformato gli ultimi 7 giorni di campagna elettorale in una settimana di sceneggiate tragicomiche contro la premier, fotografata dal deputato avsino napoletano Borrelli, in un post sul proprio profilo online, come malata psichiatrica per promozionare il No alla riforma.

Ingigantendo ulteriormente le distanze, con dichiarazioni traboccanti odio, contro il centrodestra. In più, la Cgil, dopo aver asservito a sé, mettendola poi a disposizione del «no», l’IA, in maniera tale che chiunque chiedesse alle piattaforme digitali informazioni sulla riforma venisse indirizzato verso il «no».

E, per completare l’opera, la stessa Cgil si è peritata di partecipare – con Patronati, Comites, Acli, Inca e circoli vari – all’opera «benemerita» (?) di manovrare il voto degli italiani all’estero, anche centenari, magari defunti ma non ancora cancellati dagli elenchi Aire, di cui, grazie all’inesistenza dei controlli, sono riusciti ad accaparrarsi le schede elettorali e a votarle all’insaputa degli interessati. Qualcuno parla di una cifra (quasi 2 milioni) non proprio indifferente di schede partite d’oltreconfine con destinazione Italia. Mi domando se non saranno proprio questi eccessi propagandistici che, stando alle cronache, hanno allontanato le simpatie degli italiani dal No.

Il peso del risultato finale

Di più, non c’è chi non si sia accorto che, da quando a Palazzo Chigi c’è il governo Meloni, i magistrati hanno fatto di tutto per metterlo in difficoltà. A cominciare dalla disapplicazione delle leggi che non gli piacciono. In particolare, quelle sull’immigrazione clandestina e sulla sicurezza.

Attenti, però: sto parlando ad urne ancora aperte. Il risultato, quindi, è ancora sigillato negli scatoloni di cartone, ma è giusto affermare che l’alta percentuale di affluenza dà maggiore valore al risultato. E, con una vittoria del sì, per la giustizia, domani sarebbe un altro giorno.

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