Crosetto e Tajani in Aula: l’Italia non è in guerra
La Camera dei deputati ha approvato la risoluzione di maggioranza sulla crisi mediorientale dopo le comunicazioni dei ministri degli Esteri e della Difesa, rafforzando il quadro politico e operativo delineato dal governo nelle ore più delicate dell’escalation tra Iran e Paesi della regione.
Il dispositivo, approvato con 179 voti favorevoli, conferma la linea di prudenza ma anche di pieno coordinamento con gli alleati internazionali. La risoluzione autorizza in primo luogo l’utilizzo delle basi statunitensi presenti sul territorio italiano per attività di supporto logistico alle operazioni americane nella regione, nel rispetto degli accordi bilaterali e del quadro di cooperazione all’interno della Nato.
Il Parlamento ha inoltre dato il via libera al rafforzamento delle capacità di difesa anti-aerea a sostegno dei Paesi del Golfo, misura che si inserisce nella strategia di protezione degli alleati e di contenimento dei rischi di escalation. Nello stesso quadro è stato approvato l’invio di unità navali italiane verso Cipro, con l’obiettivo di contribuire alla sicurezza dell’isola e al monitoraggio dell’area orientale del Mediterraneo.
Crosetto in Aula
Le decisioni parlamentari si collocano nel solco delle indicazioni illustrate in Aula dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva assicurato il massimo livello di protezione della difesa aerea e anti-balistica nazionale, in coordinamento con gli alleati e con la Nato. «Di fronte a una reazione sconsiderata possiamo aspettarci di tutto», ha dichiarato.
Crosetto ha spiegato che l’Italia intende inoltre dispiegare nella regione mediorientale nuovi assetti difensivi, con sistemi anti-drone e antimissilistici, per proteggere contingenti militari e cittadini italiani. Il dispositivo sarà inserito nel quadro delle missioni già autorizzate. In parallelo, Roma contribuirà – insieme a Francia e Spagna – al sostegno di Cipro, uno dei Paesi colpiti dagli attacchi provenienti dall’Iran.
Il ministro ha anche fornito un aggiornamento sul personale militare italiano presente nell’area. Prima dell’inizio del conflitto erano circa 2.576 i militari dispiegati nei Paesi del Golfo. Negli ultimi giorni è stato avviato un ridispiegamento delle forze: in Kuwait 239 militari sono stati trasferiti verso l’Arabia Saudita, mentre parte del personale presente in Qatar e Bahrein è stata evacuata o riposizionata. In Libano, ha aggiunto Crosetto, la situazione è monitorata attentamente e l’Italia è pronta anche a eventuali operazioni di evacuazione via mare.
L’utilizzo delle basi statunitensi
Il ministro della Difesa ha affrontato anche il tema dell’utilizzo delle basi statunitensi presenti sul territorio italiano, sottolineando che non è stata avanzata alcuna richiesta di impiego diverso da quello previsto dagli accordi internazionali. Crosetto ha ricordato che la presenza americana in Italia è regolata da un quadro giuridico consolidato, legato all’appartenenza dell’Italia alla Nato e disciplinato da accordi bilaterali risalenti al 1954 e aggiornati negli anni successivi.
Nel dibattito parlamentare non sono mancate le polemiche. Le opposizioni hanno espresso forti perplessità sull’utilizzo delle basi italiane per operazioni di supporto militare nella regione. In particolare la segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha contestato la scelta definendola incostituzionale e chiedendo al governo di esprimere un «no alla guerra».
Da Tajani appello a tutte le forze politiche
Il governo ha tuttavia ribadito che la linea italiana resta quella della difesa e della de-escalation. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rivolto un appello a tutte le forze politiche affinché in una fase così delicata prevalga il senso di responsabilità. «Il confronto è legittimo e doveroso, ma in passaggi così delicati è fondamentale non dividersi», ha affermato il ministro, ribadendo che l’Italia «non è in guerra con nessuno e non sarà in guerra con nessuno».
Una posizione che riflette la linea dell’esecutivo anche nelle parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che nelle stesse ore ha ribadito: «Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci», pur riconoscendo il rischio di un’escalation dalle conseguenze imprevedibili.




