Schlein, Conte e il caos sulla leadership: lo «Stabilicum» manda in crisi il campo largo

Un cavillo della nuova legge elettorale agita il centrosinistra

La nuova legge elettorale non è ancora stata approvata, ma nel campo largo ha già prodotto il primo effetto politico: riportare in primo piano la guerra sulla leadership che attraversa la coalizione. Il motivo è un dettaglio tecnico contenuto nella proposta di riforma elettorale del centrodestra, ribattezzata nei corridoi parlamentari «Stabilicum». Non prevede l’indicazione del premier sulla scheda elettorale, ma introduce un passaggio che rischia comunque di mettere pressione alle opposizioni: l’obbligo di indicare il nome del candidato o della candidata premier della coalizione al momento del deposito delle liste e dei programmi elettorali.

Un passaggio procedurale che ha immediatamente fatto scattare l’allarme tra Partito democratico e Movimento Cinque Stelle, perché riporta al centro il nodo che da anni paralizza il cosiddetto campo largo: chi comanda davvero.

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Il nodo della leadership manda in tilt Pd e M5s

La segretaria del Pd, Elly Schlein, domenica ha provato a mostrare una linea prudente: «Come sceglieremo il futuro candidato premier del centrosinistra, con quali modalità, lo decideremo insieme agli alleati. Si può fare come la destra, indicando chi prende un voto in più, oppure scegliere altre strade, come le primarie di coalizione, a cui ho già dato la mia disponibilità».

Dietro la formula diplomatica, però, la realtà politica è molto meno ordinata. Tra Pd e Movimento Cinque Stelle non c’è alcuna convergenza su come individuare il leader della coalizione. Le primarie di coalizione, sulla carta la soluzione più lineare, spaventano entrambi i partiti. Una sfida diretta tra Elly Schlein e Giuseppe Conte rischierebbe infatti di trasformarsi in una resa dei conti politica con conseguenze difficili da gestire.

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Inoltre il centrosinistra arriva a questa discussione già attraversato da diffidenze reciproche, tensioni tra (e dentro) i partiti e strategie divergenti. Una competizione aperta tra i due leader finirebbe quasi inevitabilmente per accentuare fratture che sono già evidenti. Per questo motivo tra i dirigenti dem c’è chi vorrebbe anticipare la discussione. Dario Franceschini propone di stabilire già dopo il referendum il calendario delle eventuali primarie, da svolgere entro Natale, cercando di evitare che la questione esploda a ridosso delle elezioni politiche.

Dentro il Pd la leadership di Schlein resta contestata

All’interno del Nazareno, però, il problema non riguarda soltanto i rapporti con il Movimento Cinque Stelle. Il Pd resta il partito numericamente più forte della coalizione, ma la segreteria di Elly Schlein continua a essere oggetto di critiche e tensioni interne. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli attacchi politici, le richieste di confronto sulla linea del partito e le pressioni delle diverse correnti. Un confronto che la segretaria tende spesso a rinviare o evitare. Il risultato è un partito formalmente compatto ma attraversato da una competizione interna che non si è mai davvero spenta.

In questo contesto, eventuali primarie di coalizione potrebbero trasformarsi anche nel terreno su cui una parte del Pd tenta di ridimensionare o rimettere in discussione la guida della segretaria. Dall’altra parte Giuseppe Conte non sembra avere alcuna intenzione di rinunciare alla partita per Palazzo Chigi. Il presidente del Movimento Cinque Stelle – «tanto più che quel palazzo lo conosce», osserva un parlamentare pentastellato – è convinto di poter contare su un consenso personale che supera i confini elettorali del M5s.

Presentarsi alle elezioni sarebbe per lui il modo migliore per misurare quel peso politico. Anche un eventuale risultato inferiore alle aspettative servirebbe comunque a Conte per «pesarsi» in vista della formazione di un possibile governo.

Tra correnti e incognite il campo largo resta instabile

Nel frattempo nel campo progressista continuano a circolare altri possibili nomi per la guida della coalizione. Il progetto centrista promosso da Alessandro Onorato guarda a figure come il sindaco di Genova Silvia Salis o quello di Napoli Gaetano Manfredi, personalità che una parte del Pd osserva con interesse.

A questo quadro già complicato si aggiunge anche l’incognita rappresentata da Vincenzo De Luca. L’ex governatore della Campania continua a godere di un forte consenso elettorale e negli ultimi mesi non ha risparmiato attacchi diretti alla segretaria Elly Schlein e alla linea nazionale del Partito democratico, pur restando formalmente dentro lo stesso partito. La sua presenza nel dibattito politico e il peso che mantiene in una parte dell’elettorato progressista rappresentano un elemento ulteriore di pressione sugli equilibri interni del centrosinistra.

Le altre incognite della riforma elettorale

A complicare ulteriormente il quadro sono altri elementi della riforma elettorale. Tra questi la scomparsa dei collegi uninominali e l’assenza delle preferenze. Il presidente del Pd Stefano Bonaccini ha già indicato una possibile soluzione: in mancanza delle preferenze il partito potrebbe ricorrere alle «parlamentarie» per scegliere i candidati da inserire nelle liste.

Una procedura che, oltre a coinvolgere la base, potrebbe avere effetti anche sugli equilibri interni del partito, soprattutto per quegli esponenti che hanno già collezionato diverse legislature. Nel frattempo non mancano segnali di tensione. Dopo l’uscita della europarlamentare Elisabetta Gualmini, al Nazareno più di qualcuno ritiene possibile che nei prossimi mesi possano arrivare altre defezioni.

In questo clima è arrivato anche l’appello di Achille Occhetto che, durante i festeggiamenti per i suoi novant’anni, ha dichiarato: «Voterei Elly Schlein, non sono mai stato dei Cinquestelle». L’ex leader della sinistra ha poi invitato le opposizioni a fare presto: «Riunitevi al più presto: decidete il metodo e il programma, non c’è più da aspettare. La forza per combattere la premier Meloni è l’unità, una visione nuova del paese». Un invito rivolto «a tutti quelli che ci stanno», compresi Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Nel frattempo la riforma elettorale del centrodestra prosegue il suo percorso parlamentare. Ma il cosiddetto «Stabilicum» sembra aver già prodotto un effetto politico evidente: mettere in fibrillazione il centrosinistra e portare allo scoperto le difficoltà di una coalizione che fatica a trovare un accordo perfino sulla questione più delicata, quella della leadership.

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