L’artista a ilSud24: «I produttori affrontano grandi difficoltà»
L’attrice, sceneggiatrice e regista Simona Izzo, in un’intervista a ilSud24, riflette sul cinema italiano, le relazioni e il valore della scrittura come introspezione. È una delle voci più riconoscibili del cinema e della serialità italiana. Autrice di film come “La scorta” e “Ultrà”, quest’ultimo premiato con l’Orso d’Argento, e regista di otto opere cinematografiche, ha saputo unire un’attenzione narrativa al racconto della società e delle dinamiche umane. Con la sua scrittura, Simona Izzo indaga l’amore e le contraddizioni della vita, portando sullo schermo storie intense e spesso ispirate a fatti reali.
Il suo percorso creativo nasce a volte da suggestioni personali, altre da stimoli esterni. «Il processo nasce da una mia idea oppure dalla suggestione di un produttore, come per “Ultrà” e “La scorta”, suggeritimi da Claudio Bonivento. Ma “Maniaci sentimentali”, “Camere da letto” e molti altri sono scaturiti da una mia idea», racconta.
Il cinema per Simona Izzo
Per lei il cinema resta uno specchio imprescindibile della società. «Verlaine scriveva: “Il cinema non morirà mai perché noi non potremo fare a meno di vederci vivere”. La serialità televisiva, con tempi di scrittura lunghi, ha un approccio spesso diacronico rispetto alla realtà. Il cinema, invece, può inseguire più da vicino il presente, ma necessita di produttori pronti a scommettere sulle idee. I produttori oggi affrontano grandi difficoltà con il tax credit e i finanziamenti pubblici, che non riescono a soddisfare la domanda di opere di qualità», sottolinea.
La capacità della regista di raccontare le relazioni nasce anche dall’esperienza personale. Cresciuta in una famiglia di donne – tre sorelle, quattro zie e due nonne – ha osservato matrimoni, amori e abbandoni che hanno arricchito la sua sensibilità narrativa. «Le donne vogliono continuamente analizzare i rapporti sentimentali, non solo con gli uomini ma anche con i figli, i genitori e i nonni. Attraverso di loro ho potuto scandagliare anche il pensiero maschile, più criptico e meno portato alla narrazione di sé e alla restituzione dell’esperienza affettiva».
Scrittura come introspezione e vita reale
Il suo approccio alla scrittura è sempre stato anche uno strumento di introspezione. «Ogni volta che ho scritto un’opera ho fatto un lavoro introspettivo: “autos” in greco vuol dire “se stesso”. L’autore non può che esprimere se stesso e il proprio dolore. Il mio primo film TV, “Parole e baci”, raccontava il mio divorzio e la sofferenza mia e di mio figlio Francesco».
Anche “Lasciami per sempre” trae spunto da una festa di una famiglia numerosa e disfunzionale, dimostrando come la vita reale alimenti la narrativa. «Parlare d’amore non è mai rischioso, anzi è necessario. In “Colpa dei sensi” si raccontano tre storie d’amore: gli amanti clandestini, una coppia sposata in crisi e un legame controverso per la differenza d’età. Tutto ciò che non si riesce a spiegare deve essere raccontato. L’amore è spesso difficile da capire», spiega.
Nel film recita anche suo figlio Francesco Venditti. «Amo lavorare con le persone e con gli attori che amo: mio marito, le mie sorelle, mio figlio e anche i nipoti. Le compagnie teatrali dimostrano che la famiglia, se composta da attori, è una compagnia naturale. È sempre stato così: basti pensare ai De Filippo, agli Scarpetta, ai Lavia, ai Castellitto». Ma chiarisce: «Sul set, però, gli attori sono tutti figli per me. Francesco non è un privilegiato: non gli risparmio nulla. Le madri non devono perdere autorevolezza».
Francesca Morvillo oltre l’etichetta di «moglie di»
Il suo ultimo lavoro, “Francesca e Giovanni”, una storia d’amore e di mafia, segna un punto importante della sua recente ricerca artistica. Il film nasce dalla lettura di un libro di Felice Cavallaro ed è liberamente ispirato alla storia di Francesca Morvillo e Giovanni Falcone.

«Per la prima volta si indaga la figura di Francesca non come “la moglie di”, ma come magistrato di altissimo profilo: figlia di magistrati, sorella di Alfredo Morvillo, che ci ha aiutato moltissimo nella costruzione dell’opera. Il film racconta il percorso umano e professionale di una donna che ha lasciato un segno profondo nella giustizia italiana, distinguendosi prima al Malaspina e poi contribuendo al cambiamento del codice per i minori nel 1988, che finalmente introduce una riflessione sul vissuto dei ragazzi giudicati. Francesca non ha mai lasciato solo Falcone. Sapevano entrambi che il rinnovamento della giustizia avrebbe avuto un prezzo, e lei ha scelto di rischiare insieme a lui, fino alla strage di Capaci».
Un film che non si limita al racconto del dolore. «Si chiude con un verso di Cetta Brancato: “Abbiamo fatto tutto, anche essere felici”. Tredici anni d’amore, di condivisione degli ideali, del dolore e della paura. Ma in due è più facile vivere, e anche essere felici, persino in una guerra come quella alla mafia».
Il film ha ricevuto una standing ovation al Festival del Cinema Italiano di Bastia ed è in uscita in Francia. Grande attesa anche per l’interpretazione di Esther Pantano, per cui si auspica una candidatura. «È stata straordinaria nel dare corpo a una donna lontana da lei, anche fisicamente. Non cerchiamo sosia: Giovanni Falcone è interpretato da Primo Reggiani, entrambi giovani perché Francesca e Giovanni si incontrarono a 34 e 39 anni. Sono morti giovani, pieni di vita e di azione».




