Un video populista scatena critiche interne e fratture
La campagna referendaria sulla riforma della Giustizia del Partito Democratico inizia con un cortocircuito politico: un video che collega il voto favorevole al ‘sì’ al fascismo solleva proteste interne, critiche dagli alleati e richieste di rimozione del contenuto. Una scelta comunicativa che, invece di concentrarsi sul merito della riforma della giustizia, trasforma il referendum in uno scontro identitario, facendo esplodere tensioni politiche dentro e fuori il partito.
Il filmato diffuso dal Pd assimila ai fascisti tutti coloro che non condividono la linea del ‘no’, alimentando l’idea che la legittimità democratica del voto, per i Dem. dipenda dall’orientamento espresso nelle urne. Una rappresentazione che non distingue tra soggetti politici radicali e cittadini, elettori o forze che operano pienamente all’interno dell’arco costituzionale, e che finisce per delegittimare una scelta referendaria legittima.
Le critiche interne: «deriva populista e accuse infamanti»
La contestazione più pesante arriva dall’interno dello stesso Partito Democratico. L’eurodeputata dem e vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno prende pubblicamente le distanze dal video e dalla linea politica che lo accompagna, parlando apertamente di uno scivolamento che colpisce l’identità del partito. «Da fondatrice e militante del Pd sono colpita e molto addolorata da una deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e populista».
Picierno definisce la strategia del Pd «insultante e svilente», contestando il fatto che una campagna referendaria venga costruita sull’equazione tra voto e collocazione ideologica estrema. Al centro della critica non c’è solo il linguaggio, ma l’effetto politico del messaggio: l’idea che chi vota ‘sì’ venga automaticamente collocato fuori dall’area dei valori democratici.
Il punto più delicato riguarda proprio l’impatto sugli elettori e sui militanti dello stesso Pd favorevoli alla riforma. «Io voterò sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti». Un passaggio che chiama direttamente in causa la segreteria e attribuisce alla scelta comunicativa una responsabilità politica precisa.
La difesa di Schlein e la rottura con gli alleati
Di fronte alle critiche, la segretaria Elly Schlein difende il video e respinge l’accusa di aver colpito indistintamente gli elettori. «Fa discutere – spiega – il fatto che Casapound abbia detto in una nota che voterà ‘sì’ al referendum e ha avviato una campagna con linguaggio violento dicendo “Falli piangere, vota sì”. Quindi noi abbiamo semplicemente ripreso un fatto oggettivo, una notizia che Casapound ha dato ieri (martedì, nrd.) con un comunicato stampa».
Una spiegazione che però non disinnesca la polemica, anzi la amplia. I Radicali Italiani, sostenitori del ‘sì’, si sentono direttamente coinvolti e reagiscono denunciando una rappresentazione che li colloca fuori dal perimetro democratico. «Apprendiamo dunque di essere considerati dal Pd niente meno che pericolosi fascisti, nemici dei valori democratici e della Costituzione», affermano, chiedendo la rimozione del video e le scuse della segretaria.
Patrizia De Grazia parla di una soglia superata, denunciando una campagna che non si limita alla critica politica: «Il livello di bassezza, meschinità, strumentalizzazione e delegittimazione, oltre che di palese falsità, a cui abbiamo assistito è grave e non trova alcuna giustificazione».
Dal fronte del ‘sì’ arrivano ulteriori attacchi alla linea del Pd. Il portavoce del Comitato ‘Sì Riforma’, Alessandro Sallusti, richiama il precedente del referendum del 2016 per evidenziare quella che definisce una contraddizione evidente: «Anche Casapound votò ‘no’ e fece campagna per il ‘no’. Seguendo la logica del Pd, anche lei sarebbe fascista». Ancora più netto il giudizio del presidente del Comitato Sì Separa della Fondazione Einaudi, Gian Domenico Caiazza, che definisce il post del Pd «vergognoso».
Il referendum oltre il caso politico
In un suo intervento a Pescara, la segretaria del Pd evita di intervenire ancora sulle polemiche e prova ad argomentare la sua contrarietà alla riforma: «Questa riforma è sbagliata perché non migliora la giustizia per le cittadine e i cittadini. Questa riforma serve invece al governo perché il governo pensa che chi prende un voto in più alle elezioni non debba poi essere giudicato come invece accade a tutti i cittadini». Definisce il testo una «riforma blindata» e «passata dritta attraverso il Parlamento» e conclude: «Penso che con questa riforma il governo stia facendo anche un’altra operazione, cioè quella di cercare sempre un nemico».
A Bologna, durante un incontro organizzato dal Comitato Sì Separa della Fondazione Einaudi, l’ex pm ed ex ministro Antonio Di Pietro afferma che «chi dice che con questa riforma la politica controllerà la magistratura racconta una truffa elettorale: il pubblico ministero resta autonomo e indipendente, oggi come domani». Per il presidente emerito della Corte Costituzionale, Augusto Barbera, la separazione delle carriere rappresenta «un rafforzamento delle garanzie e non una loro compressione». Secondo l’ex procuratore generale della Corte di Cassazione, Luigi Salvato, infine, «non si tratta di un voto di destra o di sinistra, ma di una riforma funzionale che riguarda tutti i cittadini e che va valutata secondo coscienza, sulla base delle norme e non come fosse una competizione politica».




