Sul nome della città tornano ombre che i torresi non meritano
A Palazzo Criscuolo, sede del Comune di Torre Annunziata, non si respira più aria di routine. Da giorni, tra uffici e corridoi, la presenza della commissione di accesso ha modificato il ritmo stesso dell’amministrazione comunale. Non è un fatto improvviso, né inatteso per chi segue da vicino le dinamiche cittadine. Il segnale era già arrivato, in sordina, e non a caso. La notizia è esplosa solamente il 2 gennaio come raccontato da ilSud24.it con alcuni articoli che mettevano in luce le fragilità strutturali che da tempo accompagnano l’azione amministrativa e il silenzio cittadino.
A disporre formalmente l’istituzione della Commissione di accesso è stato il prefetto di Napoli, Michele Di Bari, su incarico del ministro dell’Interno. Il provvedimento ha l’obiettivo di accertare l’eventuale presenza di condizionamenti o collegamenti riconducibili alla criminalità organizzata all’interno dell’attività amministrativa dell’ente. La Commissione è composta da un collegio di tre componenti: il viceprefetto Maria Lucia Trezza, il primo dirigente del Commissariato di Polizia di Torre Annunziata Francesco Cerciello e il capitano della Guardia di Finanza Martino Marzocca.
Sotto esame l’intero apparato
La Commissione è chiamata a esaminare atti, bandi, affidamenti e procedure che nel tempo hanno costruito l’ossatura decisionale del Comune. Il lavoro non riguarda un singolo episodio né una responsabilità circoscritta: l’obiettivo è comprendere se l’intero apparato abbia operato in condizioni di reale autonomia o se, al contrario, si siano create zone d’ombra, abitudini distorte, margini di permeabilità a interessi estranei all’interesse pubblico. I dirigenti comunali sono ora al centro dell’attenzione. Non come bersagli mediatici, ma come snodi essenziali della macchina amministrativa.
Le audizioni servono a questo: ricostruire il percorso delle scelte, capire dove si è deciso e dove, invece, si è semplicemente lasciato accadere. In parallelo, gli ispettori osservano anche il contesto elettorale del 2024, un passaggio che, in territori complessi come questo, non può essere considerato neutro per definizione. Dal punto di vista politico, l’amministrazione sceglie il registro della collaborazione.
Il sindaco parla di chiarezza, di trasparenza, di fiducia nel lavoro dello Stato. È una posizione comprensibile, forse obbligata. Ma non basta a cancellare una sensazione diffusa: quella di una città che, ancora una volta, si ritrova a fare i conti con un marchio che non ha scelto. Ed è qui che il discorso cambia prospettiva. Perché, al di là degli esiti, delle relazioni finali, delle eventuali conseguenze amministrative, c’è un dato che resta sullo sfondo ma pesa più di altri: i cittadini di Torre Annunziata.
Il prezzo reputazionale
Sono loro a subire l’effetto immediato di un’immagine pubblica lesionata, di un nome che torna a essere associato a sospetti, verifiche, rischio camorra. Anche quando nulla è ancora accertato. Se la Commissione accerterà responsabilità, si parlerà di mala gestio amministrativa e sarà giusto chiamarla con il suo nome. Se invece non emergeranno elementi tali da giustificare provvedimenti gravi, il danno simbolico sarà comunque stato consumato. Perché, in territori già fragili, l’ombra è spesso sufficiente a oscurare anni di normalità.
Alla fine, la domanda non è solo se il Comune abbia amministrato correttamente. La vera domanda è perché, ancora una volta, Torre Annunziata debba pagare un prezzo reputazionale così alto per errori, omissioni o ambiguità che non appartengono alla comunità nel suo insieme. Ed è una domanda che nessuna Commissione, da sola, potrà archiviare.




