Referendum Giustizia, prende forma l’ipotesi di voto a marzo

Pesano i vincoli procedurali e le strategie politiche sulla scelta

Un big di Fratelli d’Italia riassume così lo «schema» per il 2026: «Il nostro è l’unico partito stabile, lo «storytelling» dell’opposizione sarà che con l’anno nuovo, tra Referendum sulla separazione delle carriere, nuova legge elettorale e premierato, Giorgia Meloni vorrà i pieni poteri… Noi già siamo pronti alla battaglia». Archiviato il 2025 con l’ok definitivo alla legge di bilancio, la premier guarda alle prossime sfide.

Al netto di alcuni distinguo nella Lega, è stato sminato il dossier sul decreto che proroga gli aiuti militari e civili a Kiev, l’approvazione del provvedimento in Parlamento sarà legata alle comunicazioni che farà nell’Aula il ministro della Difesa Guido Crosetto a metà gennaio e l’input sarà, spiega un esponente di governo, quello di votare compatti, senza esclusioni. Alla ripresa dei lavori parlamentari arriverà poi sul tavolo dei leader del centrodestra la bozza di intesa sulla legge elettorale. «C’è un accordo di massima sul proporzionale e sul premio di maggioranza», taglia corto una fonte di FdI. Ma sono tanti gli aspetti ancora da chiarire nella coalizione (ad esempio sulla possibilità di scrivere il nome del candidato premier sulla scheda).

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Il Referendum, la madre di tutte le battaglie

Considerato che le partite sul premierato e sull’autonomia differenziata non sono ancora all’ordine del giorno, ecco che la madre di tutte le battaglie diventerà il Referendum. «Sappiamo – osserva un dirigente di FdI – che alla fine sarà politicizzato dalla sinistra, ma rischiano loro, se vinceranno i sì ne dovranno pagare le conseguenze». Per ora lo scontro è sulla data.

Per il Guardasigilli Carlo Nordio andare oltre la data di Pasqua (il 5 aprile) significherebbe rischiare che il nuovo Csm venga eletto senza il sorteggio. Nella riforma costituzionale è prevista una disposizione transitoria, viene evidenziato che c’è un anno di tempo per le norme attuative e senza di quelle si applicherebbero le vecchie regole. Il Csm in corso «scade» a gennaio 2027, secondo i calcoli quindi occorrerebbe che le norme attuative vengano completate entro settembre-ottobre. Altrimenti si rischierebbe il cortocircuito. «Se non fosse applicabile la riforma i togati verrebbero convocati per votarsi tra di loro… È questo l’obiettivo vero delle correnti: rendere più stretta la finestra per approvare le norme», osserva una fonte di maggioranza.

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Ipotesi metà marzo

«A mio giudizio – dice il forzista Enrico Costa – non ci sarebbe eventualmente la possibilità di una proroga della composizione del Csm. La Costituzione dice che il Csm dura in carica quattro anni». «Se la data slitta di una settimana cambia poco, è una questione solo tecnica. Io penso che si arrivi alla seconda metà di marzo», argomenta Nordio, «nessuna paura, non abbiamo ancora deciso ma per evitare ricorsi e ulteriori polemiche si può trovare un compromesso. Io sono ottimista sul fatto che vinceranno» i sì alla riforma.

Per il viceministro azzurro Francesco Paolo Sisto, invece, «votare a inizio marzo è perfettamente conforme alla legge: non c’è alcun motivo per non farlo». In realtà, il timore per alcuni è che andando troppo in là nel tempo la partita da «tecnica» rischia di trasformarsi in «politica». «Suppongo che si andrà a votare a metà marzo», dice Antonio Tajani in Transatlantico.

Ma la data più probabile resta quella del 22 e del 23 marzo. Prima che venga fissata la data del Referendum solo Forza Italia ha già messo in calendario una iniziativa sulla separazione delle carriere. Sarà il 24 gennaio, all’hotel Ergife a Roma, ci saranno tra gli altri Giandomenico Caiazza, ex presidente dell’Ucpi e ora a guida di «Sì Separa», comitato per il sì, i Radicali, ci sarà Francesca Scopelliti che è stata la compagna di Enzo Tortora. Ma anche Lega e FdI stanno ragionando su possibili eventi ad hoc. «Ma prima, appunto, ci vuole la data», dice un «big» di via della Scrofa, «la verità è che la sinistra vorrebbe buttare la palla in tribuna».

Il precedente Renzi

Per i dem la maggioranza vuole forzare sui tempi, anticipando il voto, proprio per evitare che i Sì alla riforma, ora dati per maggioritari, possano via via diminuire con il rischio che il quadro possa ribaltarsi a favore dei No. Nei vertici Pd si ricorda ad esempio quanto successo per il Referendum costituzionale del governo Renzi: all’avvio della campagna referendaria i Sì erano nettamente in vantaggio, poi la situazione è radicalmente cambiata.

E per la segretaria dem, viene riferito da chi ha ascoltato i suoi ragionamenti nelle ultime ore, il centrodestra inizia ad aver paura che la riforma rischi di non superare il responso delle urne. Alla fine inevitabilmente saranno costretti a «politicizzare» il Referendum, è la convinzione, tanto più se Meloni sarà costretta a scendere in campo in prima persona e questo non giocherà a loro favore. Resta la netta contrarietà a un voto a inizio marzo, anche perché andrebbe in totale controtendenza rispetto alla prassi e esporrebbe il governo ai ricorsi dei nuovi promotori della raccolta firme.

Quanto al centrosinistra, verrà garantito il pieno supporto, anche logistico e organizzativo – viene spiegato – ai comitati per il No, a partire da quello presieduto da Giovanni Bachelet (che ha incontrato Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni per fare un primo punto).

La legge elettorale

Sul fronte legge elettorale, nel Pd si conferma che al momento non vi sono stati contatti ai vertici dei due partiti più grandi, ma c’è la convinzione della leader dem che il centrodestra vorrà accelerare il dossier. No netto alla riforma così come ipotizzata finora dalla maggioranza (che, di fatto, è ancora il ragionamento, sta ammettendo di avere paura di perdere, e allora perché prestarci ad aiutarli?), anche perché il sistema di voto come congegnato è un anticipo del premierato, è la tesi, che invece va contrastato.

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