Trent’anni di continuità politica, Napoli ferma al palo anche per colpa dei cittadini

Il cambiamento non è uno slogan, è un atto di coraggio

Da oltre trent’anni Napoli vive sotto un’unica, ininterrotta egemonia politica. Dal 1993 a oggi, tutti i sindaci che si sono succeduti alla guida della città appartengono all’area del centrosinistra, nelle sue varie declinazioni, correnti e sigle. Non è un dettaglio secondario, né una polemica sterile. È un dato politico e storico che impone una riflessione seria sulle responsabilità di una classe dirigente che governa senza soluzione di continuità e senza mai rispondere davvero dei risultati.

Bassolino, Iervolino, De Magistris e oggi Manfredi. Cambiano i nomi, cambia lo stile comunicativo, ma l’impianto ideologico resta lo stesso. Una visione amministrativa che promette inclusione, solidarietà, diritti, partecipazione, ma che nei fatti ha prodotto una città inefficiente, fragile, incapace di competere con le grandi realtà europee. Napoli è oggi fanalino di coda su quasi tutti gli indicatori fondamentali. Trasporti, occupazione, attrattività economica, servizi pubblici, manutenzione urbana, qualità della vita. Non per mancanza di risorse culturali o umane, ma per una gestione politica che ha preferito l’ideologia alla concretezza, la narrazione alla responsabilità.

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Una continuità mascherata

Non si può più parlare di sfortuna o di contesto difficile. Trenta anni sono un tempo più che sufficiente per incidere, correggere, trasformare. Se dopo tre decenni i problemi sono sempre gli stessi, allora il problema non è Napoli, ma chi l’ha governata. Eppure, ogni amministrazione di centrosinistra si è presentata come discontinuità rispetto alla precedente, pur essendone la diretta prosecuzione. Una continuità mascherata da cambiamento, una rotazione di figure dentro lo stesso perimetro culturale e politico.

La conseguenza è una città che resta ferma al palo mentre il resto d’Europa corre. Una città che sopravvive più che vivere, che si affida al turismo come ultima ancora invece di costruire un sistema solido di sviluppo, lavoro e servizi. Una città amministrata come se l’emergenza fosse la normalità e la normalità fosse un traguardo irraggiungibile.

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La rinuncia al futuro

A questo punto la domanda diventa inevitabile e scomoda. Perché i napoletani continuano a rinnovare fiducia allo stesso campo politico nonostante trent’anni di fallimenti evidenti. Perché il cambiamento viene percepito come un rischio maggiore dell’immobilismo. Forse per paura, forse per abitudine, forse per rassegnazione. Forse perché si è costruito un racconto secondo cui ogni alternativa è peggiore dello status quo, anche quando lo status quo è sotto gli occhi di tutti.

La verità è che Napoli non è bloccata solo da chi governa, ma anche da una parte della sua cittadinanza che ha smesso di pretendere risultati e si accontenta delle intenzioni. Ma una democrazia matura non si giudica dalle parole dei suoi amministratori, si giudica dagli effetti delle loro scelte. E quando per trent’anni gli effetti sono sempre gli stessi, continuare a votare nello stesso modo non è fedeltà ideologica, è rinuncia al futuro.

La riflessione finale è semplice e dura. Nessuna città può cambiare se chi la governa non viene mai messo davvero in discussione. E nessun popolo può pretendere risultati diversi se continua a scegliere le stesse ricette che hanno già dimostrato di non funzionare. Il cambiamento non è uno slogan, è un atto di coraggio. Napoli, oggi più che mai, deve decidere se vuole continuare a raccontarsi o finalmente cambiare davvero.

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