La sinistra italiana e la povertà: l’eterna ricetta che non funziona

Approccio vecchio di quarant’anni: più sussidi, più tasse e più Stato

C’è un dato che la sinistra italiana sembra rifiutarsi di vedere: le sue politiche contro la povertà non funzionano. E non perché manchino buone intenzioni, ma perché l’approccio è lo stesso da quarant’anni: più sussidi, più tasse, più Stato. Un copione stanco che, però, continua a essere recitato come se fosse l’unico possibile.

Il solito film dell’assistenzialismo

Per la sinistra, ogni problema sociale si risolve aprendo ancora di più i rubinetti della spesa pubblica. Peccato che le risorse non siano infinite, l’economia non cresca al ritmo necessario per sostenerle e i risultati, alla prova dei fatti, siano spesso risibili. L’idea che la povertà si combatta con una pioggia di sussidi universali è diventata una sorta di dogma intoccabile, anche quando l’esperienza mostra che crea dipendenza e immobilismo.

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Reddito minimo: la bandiera che sventola nel vuoto

La sinistra difende strumenti simili al Reddito di cittadinanza come se fossero la conquista sociale del secolo. Eppure i problemi sono evidenti: ha aiutato chi era davvero povero, certo, ma ha anche fallito nell’inserire al lavoro migliaia di persone e ha alimentato una cultura pericolosa: «tanto paga lo Stato». L’idea che si possa campare a lungo di sostegni, in attesa del «lavoro giusto», è un lusso che il Paese non può permettersi. La sinistra continua però a proporre lo stesso schema, come se bastasse allargare la platea per trasformare una misura debole in una soluzione miracolosa.

Salario minimo: l’illusione che basti una legge per alzare i salari

Il salario minimo è diventato il mantra progressista. Ma pensare che aziende marginali, microimprese familiari e attività già in sofferenza possano sostenere costi più alti per legge è, nel migliore dei casi, ingenuo; nel peggiore, un modo rapido per far chiudere chi già galleggia.

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La patrimoniale: l’idea che spaventa perfino chi dovrebbe sostenerla

Ogni tanto torna a galla come un riflesso pavloviano: «Serve una patrimoniale». La sinistra la propone come soluzione nobile, redistributiva, giusta. Ma ignorare che l’Italia è un Paese dove il risparmio privato ha spesso sostituito l’assenza di politiche pubbliche decenti è un errore clamoroso. Tassare ancora di più chi investe rischia di ottenere l’effetto opposto: meno investimenti, meno crescita, meno lavoro. Il risultato? Quella stessa povertà che si vorrebbe combattere finisce per ampliarsi.

La sinistra parla di redistribuzione, ma non sa più parlare di sviluppo. Questa è la verità scomoda. Chi vive di analisi macroeconomiche sa benissimo che senza crescita non c’è redistribuzione possibile. Eppure la sinistra continua a ripetere lo stesso schema: spostare risorse, non crearne. Un modello che, in un mondo globalizzato, ha la solidità di una casa costruita sulla sabbia. Nel frattempo, temi cruciali come innovazione, industria, competenze digitali, produttività restano in fondo alla lista. Perché non fanno parte dell’immaginario tradizionale della sinistra, ancora convinta che basti un welfare più generoso per «rimettere in moto» la società.

La sinistra italiana parla spesso di modernità, ma resta intrappolata in un’idea di welfare da anni ’70. È come se non volesse riconoscere che la povertà di oggi è diversa, richiede strumenti nuovi, richiede politiche che creino opportunità, non solo che distribuiscano risorse. L’impressione è che il suo progetto non sia davvero quello di far uscire le persone dalla povertà, ma di gestirla, mantenendo un sistema che ruota intorno alla dipendenza dallo Stato. Un modello che rassicura chi lo propone, ma che non aiuta davvero chi dovrebbe beneficiarne.

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