Quarant’anni senza Giancarlo Siani: la memoria che non muore

Un ragazzo, una Mehari verde, una verità che resiste al tempo

Quaranta. Quarant’anni. Una vita. Una vita intera passata da quella sera del 23 settembre 1985 in via Romaniello, a Napoli. Dieci colpi. Due pistole. Due killer. Ma tanti colpevoli. Esecutori, mandanti, e molti altri responsabili della solitudine e dell’isolamento di un ragazzo che da quattro giorni aveva compiuto ventisei anni. Fa spavento. Specialmente se si pensa a una vita spezzata come quella di Giancarlo. Quarant’anni da quando l’hanno trucidato pensando di eliminarlo. E invece – seppur al costo troppo alto della sua vita – lo hanno reso immortale, presente, inamovibile dalle coscienze. Un eroe? No. Non avrebbe mai voluto esserlo.

Un martire? Certo non lo avrebbe desiderato, e non era quella la sua vocazione. Un alfiere della libertà. Del diritto di cronaca. Della voglia insopprimibile di cercare la verità. Sicuramente. Suo malgrado. Un esempio: certo. E anche essere quello non era il suo scopo. Lui voleva solo essere uno che faceva il proprio mestiere con coscienza, passione, dedizione, scrupolo e senza compromessi. Paradossale dover pensare che questo sia stato il “capo di imputazione” che gli è costato la condanna alla pena capitale.

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Decretata da un’Assise dell’Antistato capace di emettere sentenze e dare esecuzione a verdetti in modo veloce e inappellabile perfino nel cuore di quello che avrebbe dovuto essere uno Stato di Diritto capace di tutelare e difendere vite e libertà dei suoi figli. Specie di quelli che ogni giorno si esponevano – e si espongono ancora – per affermare principi e diritti insopprimibili.

Ci sono voluti anni per fare piena luce sui retroscena che portarono all’uccisione di Giancarlo. Inequivocabilmente. Luce piena. Contesto mafioso – non camorristico, come ancora oggi tanti affermano, erroneamente – isolamento, inadeguata comprensione dei rischi reali cui quel ragazzo si stava esponendo.

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Le indagini e la verità processuale

A puntare quei riflettori su mandanti, esecutori e contesto preciso, sono stati alcuni uomini che – come Giancarlo – non si sono fermati davanti ad alcun ostacolo: Armando D’Alterio, il Pm che votò anni della propria vita alla risoluzione di quel caso; Giuseppe Auricchio, poi commissario, che fu l’investigatore di punta di quel pool, e l’intero team che sostenne il peso di quel lavoro immane: in primis Raffaele Iezza (il commissariato oplontino all’epoca era retto da Alfonso Maria La Rotonda), Angela Ciriello, Vittorio Pisani, Armando Trojano, Salvatore Cambio.

Questi e solo questi. Questi solo, per una sola, innegabile verità che ha retto al vaglio di tutti i livelli di giudizio, fino a portare alle condanne “in giudicato”. Anche se, ancora oggi, c’è chi – incomprensibilmente – si ostina a voler cercare spiegazioni alternative, fantasiose e suggestive alla morte di Giancarlo.

Come se aver acclarato la responsabilità della mafia del Vesuvio, del clan Nuvoletta di Marano, aver compreso pienamente meccanismo, movente, dinamiche, e aver dato un nome a chi decise e a chi eseguì, non fosse abbastanza. Forse, per qualcuno, questo non soddisfa la voglia di dimostrare altre tesi “di partenza” che fanno più comodo alla propria linea di pensiero. E sarebbe abnorme pensare, anche solo per un momento, che chi rifiuti di accettare la verità processuale – così chiaramente acclarata e così potentemente sostenuta da prove, fatti e riscontri – lo faccia per sgravare la mafia dalle sue colpe.

Il ricordo personale

Oggi, a quarant’anni da quando lo hanno ammazzato, ripenso praticamente ogni giorno al tempo che Giancarlo ed io abbiamo condiviso: lui “abusivo” del Mattino, io giovanissimo cronista allora alle prime armi. Per me era “l’amico più grande” che guidava la Mehari e che incarnava quel che avrei voluto essere. Poi mi avrebbe spiegato lui quanto difficile fosse la strada e quante delusioni, ostacoli avrei dovuto affrontare e quanto fiele stesse ingoiando. Nonostante tutto, però, era la strada che voleva percorrere e che io stesso avevo intrapreso. Oggi la percorro ancora. Anche nel suo segno.

La direzione giusta l’ha indicata e la indica ancora a intere generazioni di colleghi e di ragazzi delle scuole di tutta Italia: cercare. Indagare, approfondire. Analizzare. Comprendere e poi spiegare. Raccontare. La verità. Tutta. O almeno tutta quella che si riesce a portare alla luce. Non per vestire i panni del supereroe. Semplicemente perché va fatto. Con passione e secondo coscienza.

L’eredità di un ragazzo di ventisei anni

Lo ha fatto lui, che era un ragazzo di ventisei anni e quattro giorni. E ha dimostrato che anche a soli ventisei anni e quattro giorni si può sostenere il peso della responsabilità e del dovere, senza farsi sconti. Possiamo farlo tutti. E non solo i giornalisti. Tutti. Ognuno nel proprio campo. Dobbiamo. Dovremmo. Chiediamoci, ogni giorno, se siamo disposti a farlo.

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