Nino Benvenuti, l’esule istriano che conquistò il mondo con i pugni e il cuore

Campione sul ring e simbolo fuori, ha lottato con dignità e amore

Nino Benvenuti, leggenda del pugilato italiano, si è spento all’età di 86 anni, lasciando un’eredità che va ben oltre i successi sul ring. Nato il 26 aprile 1938 a Isola d’Istria, allora italiana, Giovanni – per tutti Nino – ha incarnato il talento e l’umanità di un uomo che ha attraversato la grande storia.

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Campione olimpico a Roma 1960, campione mondiale dei pesi superwelter (1965-1966) e dei pesi medi (1967-1970), unico italiano a vincere il prestigioso premio «Fighter of the Year» di Ring Magazine nel 1968, Benvenuti è stato molto più di un atleta: è stato un simbolo di riscatto per il popolo degli esuli istriani, e un esempio di lealtà e fratellanza nel mondo dello sport.

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La sua vita è stata profondamente segnata dall’esodo dalla propria terra. Nato in una famiglia benestante, con il mare di Isola come sfondo e i profumi della terra coltivata dai suoi, Nino fu costretto a fuggire dalla sua terra natale nel 1954, quando l’ultimo pezzetto d’Istria, la «Zona B», fu ceduta alla Jugoslavia di Tito. La sua infanzia felice fu spezzata dalla violenza della Storia: il fratello Eliano, rapito e imprigionato per mesi dalla polizia titina solo per essere italiano, tornò come un’ombra di sé stesso; la madre Dora morì di crepacuore a 46 anni, devastata dall’angoscia.

«La mia terra, una storia che molti continuano a negare,» diceva Benvenuti, portando con sé il dolore di un esule che non ha mai smesso di amare il suo «soscojo» lo scoglio di Isola dove aveva imparato a nuotare. Questo dramma, narrato nel suo libro L’isola che non c’è, scritto con Mauro Grimaldi, non alimentò mai odio, ma una determinazione feroce che lo portò a dominare il ring, come se ogni pugno fosse un grido di dignità per la sua gente. La sua storia poi era anche stata trasformata in un fumetto, pubblicato da Ferrogallico, scritto sempre da Grimaldi e disegnato da Giuseppe Botte: Nino Benvenuti. Il mio esodo dall’Istria.

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Non solo un pugile

Sul quadrato, Benvenuti ha scritto pagine indimenticabili, come quella del 17 aprile 1967, quando al Madison Square Garden di New York strappò il titolo mondiale dei pesi medi a Emile Griffith, davanti a 18 milioni di italiani incollati alla radio. La rivalità con Griffith, campione delle Isole Vergini, fu epica: tre match tra il 1967 e il 1968, 45 round di battaglia, con una costola rotta per Nino nella rivincita persa nel Queens, ma il trionfo finale a marzo 1968, quando un gancio sinistro doppiato alla mascella consacrò il triestino d’adozione come re della categoria.

Benvenuti non fu solo un pugile, ma un uomo che trasformò il dolore in forza. La sua eleganza sul ring, il suo carisma – «bello da far schifo» scrivevano i giornali americani – e la sua generosità lo resero un’icona. Passò tre mesi in un lebbrosario in India per cercare «l’uomo dietro il campione,» dimostrando una sensibilità che lo accompagnò fino agli ultimi giorni. Sposato due volte, padre di sei figli, Nino ha sempre portato con sé il rimpianto per il rapporto con i figli del primo matrimonio, ma trovò pace accanto alla seconda moglie Nadia e alla figlia Nathalie, con cui condivise il desiderio che le sue ceneri fossero sparse al largo del suo scoglio istriano.

Nino Benvenuti lascia un vuoto immenso, ma il suo esempio di campione, esule e amico continua a brillare. «Senza ricordi non c’è futuro,» diceva. E il suo ricordo, fatto di pugni, cuore, patriottismo e dignità, resterà per sempre.

 

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