Vizi privati e pubbliche virtù…l’ipocrisia degli eredi Agnelli

Come continuare a vivere una bella vita a discapito del bene comune e degli interessi degli italiani

L’adagio rimanda a quella patina di ipocrisia, che cosparge l’Italia di quel retaggio di una sorta di cultura papalina, laddove bastava una «confessione ecclesiastica» a mondare la coscienza senza dover compiere alcun atto di penitenza reale e di bene verso gli altri. Come di contro si conveniva nei paesi nordeuropei secondo la dottrina calvinista e luterana che portava ad un condiviso e fondamentale rigore morale.

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Con la famiglia Agnelli (oggi anche Elkann) ci troviamo innanzi al prosieguo dell’archetipo del tutto italico, levantino e maneggione, per il quale si possa fare e continuare a vivere una bella vita a discapito del bene comune e degli interessi degli italiani.

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Da sempre nella storia della famiglia Agnelli la politica è stata uno strumento e bastava usarla, comprarla, e, ad intervalli di tempo, disprezzarla. È sempre stato questo l’imperativo categorico della famiglia Agnelli-Elkann nei confronti della politica. Con questo approccio gli Agnelli-Elkann hanno vissuto le diverse stagioni impiegando i soldi dei contribuenti che hanno da sempre sostenuto, seppur involontariamente, la ricchezza di famiglia.

È sempre stata una dinastia che ha sempre ricordato una sorta di monarchia, ovvero una aristocrazia laica, che attraverso Giuann Agnelli, quale patriarca per antonomasia, ha rappresentato il bel mondo con il vezzo dell’eleganza e delle buone relazioni, delle buone abitudini mattutine con le correlate levatacce che servivano, mediante le conversazioni con i direttori di giornali, a coltivare e collezionare i gossip di giornata.

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In questo venusto demi-monde nel corso dei 123 anni di vita dinastica si sono dilapidati miliardi, frutto della forza del potere e del piacere da godere, al punto da coniare il proverbiale artificio linguistico secondo cui «ciò che è bene per la Fiat e bene per l’Italia».

Scarsi risultati

John Elkann
John Elkann

Tuttavia gli esiti industriali sono stati sempre scarsi (ad esclusione delle direzioni di Valletta, Romiti e Marchionne) e, ad ogni intervallo di tempo, la Real-casa trovava comodo bussare alla porta delle più alte istituzioni (come di recente è stata la visita al Presidente Mattarella e al Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri) per mantenere salde le relazioni fruttifere di affetto e di fortuna.

In questa cornice ed in questa storia familiare Giovanni Agnelli fornì l’«aplomb» ed il «phisique du role» per assumersi, come scrive Ferruccio de Bortoli, le vesti di «… monarca repubblicano del Novecento, nella sua Torino sabauda – sentiva come suo pari, almeno in Italia, solo Enrico Cuccia. A suo modo anche il leggendario capo di Mediobanca era un sovrano repubblicano nell’Italia del Dopoguerra. Una sovranità dell’intelligenza e della cultura. Non solo del potere economico e finanziario».

Ecco la sintesi di un ritratto di un’Italia che pietiva il conforto delle istituzioni per continuare ad esercitare un ruolo di padroni della nazione, che comunque rimaneva beghino e di cedevole dignità. Un’Italia che nelle secrete stanze riusciva a gestire e distribuire potere, sì da garantirsi la sopravvivenza con le speculazioni finanziarie e senza mai un solido progetto industriale.

In questi giorni di liti e contrasti familiari si sono enucleati tutti gli elementi per dimostrare che la famiglia Agnelli-Elkann sta subendo un’implosione, fatta di rancori e ricchezze mal distribuite, nella quale ritrovare i cattivi affari, le furbizie malcelate, l’esaurimento di un carisma che li porta, oggi, ad essere ritenuti più normali, sottoposti ad una indagine della magistratura, facendo svanire, forse una volta per tutte, quella sorta di irreprensibilità ed impunità, dopo che gli dei già erano caduti con la perdita gestionale della squadra di calcio della Juventus.

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