Una sinistra così «sinistra» da far temere per il «suo» futuro

Si dice democratico, ma nel Pd la libertà di voto, vale solo se si vota come indica il partito

Il governo Meloni tiene fede all’ennesima promessa fatta. Da venerdì 450mila famiglie quelle che ne hanno presentato domanda entro il 7 gennaio, hanno cominciato a ricevere l’assegno di inclusione, mediamente 645 euro mensili, in sostituzione del rdc; chi non ha ancora proposto domanda ha tempo fino al 31 gennaio per farlo e, ha stanziato 300milioni di euro per assistere con 1.380 euro al mese, 25mila anziani con Isee inferiore ai 6mila euro e non autosufficienti.

Ma la sinistra non se n’è accorta e continua ad accusare l’esecutivo di trascurare le fasce deboli e a parlare di «destra letale». Come, inoltre, sembra non essersi accorta che da ieri Ursula Von der Leyen e a Roma per una cena organizzata da Sergio Mattarella al Quirinale e oggi sarà con Giorgia Meloni al vertice Italia-Africa a cui parteciperanno 26 capi di Stato e di governo africani per discutere e presentare la strategia del «Piano Mattei». E continua a parlare di governo Meloni, isolato in Europa.

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Una sinistra, insomma, così «sinistra» da far preoccupare per il suo futuro. Si «autoproclama» democratica, ma accetta la libertà di voto, solo se si vota come indica il partito. Vedi la consigliera regionale veneta Bigon dimissionata da v. segretaria provinciale Pd di Verona per essersi astenuta, anziché votare a favore del suicidio medicalmente assistito.

Lo spirito di autoconservazione della sinistra

Di più, vorrebbe – come del resto ha fatto nei lunghi decenni di presenza al Governo, non per aver vinto le elezioni, ma per complici concessioni quirinalizie – imporre a tutti, governo compreso, le sue idee. Anzi, «no», i suoi diktat, ricatti, ambiguità e ancora di più i propri amici ai vertici di burocrazia e cultura. Indispensabili a consentire di «conservare» quella cosiddetta «egemonia culturale», ideata e teorizzata da Gramsci e perseguita da sempre dai «compagni». Che, in verità, non è mai stata tale, ma soltanto «occupazione da culturalismo».

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Facendo accomodare sulle poltrone più significative del settore, intellettualoidi ai quali, per essere «chiamati» non occorrevano: capacità, competenza e preparazione ma bastava la tessera del Pd.

La nomina di Luca De Fusco

Lo confermano in maniera chiaramente le polemiche per la nomina, del regista teatrale Luca De Fusco – già Direttore del Teatro Stabile napoletano per dieci anni e negli ultimi due a Catania, un uomo quindi, assolutamente all’altezza del ruolo – alla direzione generale del Teatro di Roma e dei 4 teatri capitolini collegati: Argentina, Torlonia, India e, al termine del restauro in corso, Valle – in sostituzione di Antonio Calbi, nominato, nel 2018, dal ministro grillino dei Beni e delle Attività Culturali, Antonio Bonisoli.

È bastato il solo annuncio della nomina – per altro avvenuta, come da statuto, al termine di una riunione, del consiglio d’amministrazione e sulla base di criteri dettati nel bando redatto da Gotor, assessore romano di sinistra – per mobilitare il solito gruppetto di attori partigiani dello «status quo» che gli consente di vivere di rendita non tanto per capacità artistiche, quanto per tessera partitica. Purtroppo, neanche loro, si sono ancora accorti che il tempo delle appartenenze è finito.

Tutti contro uno

Si è chiuso quel 14 luglio del 2022, quando la maggioranza del tutti (M5S-Lega-Fi-Pd-Iv-Misto-Leu) contro uno (Fdi) che reggeva Mario Draghi, è rimasta vittima, oltre che dei propri errori (rdc, superbonus, presenza dell’inceneritore di Roma, che il M5S aborriva, nel dl Aiuti, green pass, lockdown, ecc.), anche dell’egocentrismo di Draghi dai soli 95 voti ottenuti quel giorno che rappresentavano, si, la fiducia, posta sul decreto, ma solo perché il M5S si era astenuto, restando in aula per garantire il numero legale. Sicché, si dimise, ma il Quirinale rigettò, rimandandolo in aula il 20 a riprovarci. Il risultato non cambiò, superMario si ri-dimise e Mattarella fu costretto ad accettare.

Ne scaturirono le politiche del settembre 2022, la vittoria del destra-centro e l’attuale governo. Un esecutivo nel quale la premier Meloni e il ministro alla Cultura, Gennaro Sangiuliano, hanno «sì» cominciato a lavorare al riequilibrio del potere. Ma hanno avuto il buon senso, di non lasciarsi prendere dalla fregola dello spoils system e dalla voglia di azzerare tutti, appena arrivati. Hanno aspettato pazientemente che gli incarichi arrivassero a scadenza, prima di rinnovarli. E non sulla base dell’appartenenza, ma per professionalità, competenze e capacità. Che ciò non piaccia a lorsinistri, ci sta. Ma poco importa.

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