Le imprese tengono e il Mezzogiorno imbocca la via dello sviluppo

Il governo approva una manovra finanziaria a sostegno dei meno abbienti, incassa la quarta rata del Pnrr e ha chiesto la quinta. La sinistra tifa contro

Le «ciucciuvettole» son servite. Mentre continuano a squittire il governo Meloni, ha ricevuto dall’Europa i 16,5 miliardi della IV rata del Pnrr e porta il totale incassato a 102 miliardi, già richiesta anche la quinta tranche. La manovra da 28 miliardi è stata approvata anche alla Camera con 200 «si», 112 «no» e 3 «ni». L’economia italiana, prosegue il suo viaggio e lo spread Btp – Bund in dodici mesi è sceso da 219 a 154,9. Il 2024, si presenta, quindi, come quello del ritrovato «orgoglio italiano» e anche meridionale.

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Nonostante le difficoltà e i ritardi che ancora lo affliggono, in attesa che il Pnrr – che ha già cominciato a sprigionare i suoi benefici effetti anche sull’occupazione che cresce del 4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – completi la sua opera, il Sud continua a dare segnali di vitalità.

A dispetto di civette, pandemia, lockdown, guerre, supertassi Bce e conseguenze varie che pesano sull’economia: inflazione e carrello della spesa in altalena, il superbonus che sta «estorcendo» allo Stato i 10miliardi di aumento delle entrate fiscali, previsto per fine anno e i 24,5 miliardi (+ 2,5 in valori assoluti e +12% in termini percentuali rispetto al 2022) di rimborsi fiscali a famiglie e imprese. E non dimentichiamo il crollo dei prestiti a piccole imprese e famiglie per i mutui casa in conseguenza dei supertassi Bce. Tutte cose che, naturalmente, pesano anche sul Mezzogiorno.

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La crescita del Mezzogiorno

Ma un’analisi congiunta del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, certifica che nel triennio 2020-22 l’Italia del tacco ha visto crescere, il reddito delle sue famiglie, più che di quelle del resto del Paese, del 9,1% al netto dell’inflazione +0,8) rispetto all’8,3 di quelle Nord-occidentali e del (+1,4) nei confronti del 7,7% di quelle di centro e Nord-Est.

E questo per le Medie Imprese che, nel 2023 hanno preso a correre molto più velocemente della concorrenza di oltre il Garigliano. Non solo in termini reddituali, ma anche di fiducia verso il futuro, l’87% di loro stima, infatti, una crescita di fatturato, contro il 76% di quelle del Centro-Nord. Ancora più significativa la crescita delle esportazioni che s’avviano a virare la boa del 92%, mentre quelle del resto d’Italia si fermeranno all’81%.

Di più, per il futuro, il 40% prevede di conquistare ulteriori fette di mercato e il 60% pensa a investimenti in digitale e green nel 2025. Lo rileva il report «I fattori di competitività delle medie imprese del Mezzogiorno» realizzato da Medio Banca e dal Centro Studi Tagliacarne. «Le imprese meridionali – si legge nel check-Up Mezzogiorno 2023, di Confindustria Srm – tengono e ci sono segnali positivi sull’andamento dell’Economia».

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Il Pil 2024 nel Sud dovrebbe attestarsi sul +0,6 ma la conferma, ovviamente è legata in modo notevole all’utilizzo ottimale delle risorse disponibili a partire da quelle Pnrr. Positivo, anzi, molto positiva la previsione sugli investimenti che dovrebbe crescere di 4 punti percentuali rispetto al 2022 e di ben 17 in confronto al 2019.

Di più c’è un Mezzogiorno che in termini di sviluppo ha deciso di puntare su tre fattori: competenza (dalla formazione all’innovazione) competitività delle imprese (per densità e intensità imprenditoriale) e connettività (con infrastrutture materiali e immateriali).

Qualcosa sta cambiando

Il che rappresenta la dimostrazione più lapalissiana che qualcosa sta cambiando, e continuerà a farlo, anche nel Sud. Vedi: le concessioni ai balneari prorogate di un altro anno; 15 milioni destinati a Caivano per proseguire l’opera di rilancio socio economico del territorio; e i tantissimi progetti di ripristino e rilancio dei notevoli giacimenti storici, archeologici e culturale che da un anno, il Mic e il ministro Sangiuliano, stanno portando avanti nell’Italia del tacco.

Nonostante tutto ciò quel «Giuseppi» – che con le sue «prestidigitazioni»: Rdc e SuperBonus 110% è stato il protagonista principe dello sfascio dei nostri conti pubblici, facendo esplodere il debito – approfittando dalle condizioni di salute della premier (vittima di vertigine parossistica posizionale da otoliti) che l’hanno costretta per due volte a rinviare la conferenza stampa di fine anno – l’accusa di non voler mettere la faccia sulla finanziaria.

Purtroppo, per lui, non ha i «numeri» per confrontarsi con le cifre di bilancio e rendersi conto che il taglio del cuneo in busta paga è più cospicuo sui redditi più bassi, che per pensioni e fisco i vantaggi sono destinati a chi guadagna di meno; che la rivalutazione delle rendite previdenziali anti-inflazione è totale fino a 2.100 euro, poi diminuisce e la riforma dell’Irpef su tre aliquote in discesa, interessa 25 milioni di persone, vale fino a 1.300 euro annui e si ferma a 35mila; sul superbonus i cittadini meno abbienti per il 2023 che hanno superato il 30% dei lavori non dovranno pagare niente, l’azienda non potrà rivalersi sui condomini, ma non dovrà versare alcunché allo Stato.

E, infine, basta con gli sconti fiscali agli straricchi calciatori stranieri.

Siamo di fronte ad una finanziaria da stato sociale e non per il ceto privilegiato, perché, dovrebbe non volerci mettere la faccia? Purtroppo, «lorsinistri» impegnati a litigarsi lo «scannetiello» e provare a delegittimare la Meloni, ormai riescono solo ad abbaiare alla luna.

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