L’Ue ha deciso: vuole mettere la «camicia di forza» agli Stati membri

La maggioranza Ue ha detto «sì» allo «Stato Europeo»

L’Unione europea passa il Rubicone. La settimana scorsa ha votato una risoluzione che chiede la creazione dello «Stato europeo» che sostituirà tutte le nazioni esistenti. Gli Stati carichi di storia, di tradizioni, di lingue e culture peculiari diventeranno province, al massimo regioni e non saranno più Stati sovrani.

Il punto focale delle richieste della commissione affari costituzionali, diventata proposta dell’Assemblea rivolta al Consiglio, è quello riassunto al punto 4, dove si legge: «Il Parlamento europeo chiede che la capacità d’azione dell’Unione sia rafforzata aumentando considerevolmente il numero dei settori in cui le azioni sono decise a maggioranza qualificata e tramite la procedura legislativa ordinaria». Ciò significa che l’unanimità ormai costituirà soltanto un’eccezione e il voto a maggioranza semplice o qualificata diventerà la regola corrente.

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L’unanimità era stata imposta nel 1966 dal generale De Gaulle (accordo di Lussemburgo) con la politica della sedia vuota, un vero e proprio scontro sostenuto dal Generale con l’allora presidente della commissione europea Walther Hallestein che voleva imporre il suo progetto di Europa federale. Oggi, quel progetto Hallestein ritorna in auge, ma in una forma molto più radicale di quello originario.

L’attuale Presidente del Consiglio, infatti, diventerà Presidente dell’UE e la Commissione verrà costituita da un Esecutivo che si sostituirà a tutti i poteri nazionali. Il Presidente così potrà ingerirsi nei limiti della sovranità e dell’indipendenza nazionali di ogni Paese i cui dirigenti diventeranno semplicemente gli esecutori delle decisioni prese a Bruxelles.

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La politica estera e di sicurezza comune

La politica estera e di sicurezza comune verrà adottata a maggioranza qualificata e verrà creata un’unione di difesa dotata di capacità militare, sotto il comando operativo dell’Unione europea, a questo punto, abilitata ad acquistare anche armi e armamenti e a dotarsi di un vero esercito. La difesa collettiva implica che un attacco contro uno Stato membro diventi un attacco contro tutti e dal momento che ormai tutti gli Stati membri fanno parte della Nato, la prassi seguita finora diventerà una posizione ufficiale e obbligherà tutti gli Stati membri alla solidarietà sul piano militare, evidentemente sotto l’egida e l’autorità degli Stati Uniti.

Il progetto di «Stato europeo» diventa una vera e pericolosa dittatura quando prevede che l’Unione possa ricorrere a mezzi civili e militari persino contro le campagne di disinformazione. A questo punto resterebbe il problema di definire quale sia la disinformazione. Apparentemente quella che contraddice il dogma seguito dall’UE con la conseguenza logica che i delitti di opinione e i processi politici diventeranno la regola e la democrazia un ricordo lontano.

Finora esistevano tre tipi di competenze: le competenze esclusive dell’Unione, le competenze condivise e le competenze appartenenti ad ogni singolo Stato. Oggi lo Stato europeo proposto abolisce proprio le competenze suddivise, quindi l’Europa si sostituisce agli Stati che dovranno applicare le sue decisioni in tutti i settori. Altro punto dirimente riguarda la politica migratoria che dovrà tenere conto della stabilità economica e sociale degli Stati membri e rispondere ai bisogni di manodopera del mercato unico: in parole povere immigrazione scelta per rispondere ai bisogni delle imprese.

Lo Stato d’urgenza europeo

Emblematica poi la creazione di uno «Stato d’urgenza europeo» deciso dal Parlamento a maggioranza semplice e dal Consiglio a maggioranza qualificata per concedere poteri straordinari all’Esecutivo. Vale a dire che se i popoli si ribellassero alle sue decisioni, l’Unione potrebbe utilizzare la forza per convincerli. Sembra di rivedere il sistema utilizzato dal regime sovietico, definito dall’Occidente sistema dittatoriale, per gestire i paesi del patto di Varsavia, sistema che oggi l’UE intende ripristinare in Occidente, sotto le spoglie di democrazia.

Anche nei grandi orientamenti di politica economica GOPE (Principali indirizzi di politica economica) annualmente imposti dalla Commissione a ogni singolo Stato membro e che esso è tenuto a osservare pena l’applicazione di pesanti sanzioni economiche (0,1/0,5 % del PIL), si capisce oggi che le discussioni per arrivare a un accordo generale sono state sempre un vero e proprio imbroglio. Il Pil italiano è di circa 2.300 miliardi di euro, quindi lo 0,5% ammonterebbe a 15 miliardi circa cifra assolutamente non trascurabile.

I popoli d’Europa sono oggi, come cantava una band rock nel ‘73, «back up against the wall» (con le spalle al muro): sia che l’Ue riesca a imporre il suo progetto – si tratterebbe allora di una vera e proprio dittatura – sia che i popoli d’Europa siano capaci di ribellarsi e distruggano questa costruzione machiavellica e diabolica denominata Unione Europea. Detto questo, la questione è talmente importante da sembrare impossibile che l’Europa possa tentare un atto di forza autonomamente, vale a dire senza consultare i popoli degli Stati membri attraverso un referendum.

Se malauguratamente però l’Unione rifiutasse di subordinare l’attuazione del progetto di «Stato europeo» al voto dei cittadini conseguente ad una consultazione popolare, gli stessi popoli dovranno organizzarsi per richiedere con forza il referendum. In caso contrario significherebbe aver accettato la dittatura imposta da Bruxelles e non aver più scuse da accampare nel futuro.

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