«A Milano alleanza tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra», ma il gip smonta l’inchiesta

L’antimafia chiede 153 arresti ma il giudice ne dà 11

Un’alleanza tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra per gestire affari e potere, l’esistenza di un «sistema Lombardia» ricostruito nell’ipotesi definita dalla Dda di Milano «innovativa», ma che non ha convinto il giudice delle indagini preliminari, il quale su 153 richieste di misura cautelare ne ha respinte 142, dando così un colpo all’antimafia milanese.

Con 11 arresti eseguiti dai carabinieri del Nucleo investigativo e la notifica a tutti gli indagati della chiusura dell’inchiesta, coordinata dal pm Alessandra Cerreti, con l’avallo dell’aggiunto Alessandra Dolci e del procuratore Marcello Viola e che è passata attraverso il vaglio della Dna, si apre il primo capitolo di un caso giudiziario che potrebbe durare a lungo.

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L’ipotesi della «super mafia»

Infatti, il pubblico ministero, che qualche mese fa aveva preparato un’ottantina di fermi poi revocati, ha già presentato appello al Tribunale del Riesame per ottenere i provvedimenti negati dal gip Tommaso Perna, ritenendo che tre anni di accertamenti, intercettazioni, pedinamenti, abbiano fornito uno spaccato senza precedenti: una «confederazione» autonoma, stabile e con vertici e promotori appartenenti a clan siciliani, calabresi, napoletani e anche romani e da tempo residenti al Nord e consacrata da ben 21 «summit» organizzati nei comuni attorno a Milano e Varese.

Si tratta insomma, per la Dda, di una «super mafia» sorta da un sodalizio inedito: si va dalla cosca Iamonte alla famiglia Romeo di San Luca, al «gruppo Senese» con addentellati a Napoli e nella Capitale fino agli emissari di Gaetano Fidanzati, dei Rinzivillo e dei «trapanesi» collegati al mandamento di Castelvetrano, un tempo guidato da Matteo Messina Denaro. Tra questi ultimi figura anche Paolo Aurelio Errante Parrino, che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato il «punto di raccordo» tra il presunto «sistema mafioso» in Lombardia e il boss, che è anche suo cugino, morto a settembre.

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Gli avrebbe trasferito, secondo il pm, «comunicazioni relative ad argomenti esiziali» mentre era latitante. Eppure Parrino è nella lista delle 142 persone che il giudice – che ha disposto il carcere per sei persone accusate sempre dalla Dda di narcotraffico – ha ritenuto di non arrestare: non ci sono prove ma solo «suggestioni» per «affermare» che, anche dopo la prima condanna del 1997, abbia mantenuto «il suo rapporto di affiliazione» ai castelvetranesi, «né tantomeno all’associazione lombarda».

La risposta del gip

Associazione che per il gip, in sostanza, non esiste: dall’analisi degli atti non è emersa la costituzione di «un’organizzazione stabile» con «un programma criminoso comune, protratto nel tempo» e una ripartizione «di compiti tra gli associati» in grado «di infiltrarsi nel territorio, di sfruttare la condizione di omertà diffusa, di limitarsi, se del caso a lanciare avvertimenti anche simbolici o indiretti in ambiti politici (ci sono intercettazioni in cui si parla di esponenti non indagati), amministrativi, imprenditoriali».

Inoltre, «non è stato individuato alcun atto di intimidazione», né «alcuna forma di violenza e minaccia» e «persino gli episodi estorsivi, così come la disponibilità di armi (…) sono stati, oltre che limitati nel numero e qualitativamente non ‘gravi’, se contestualizzati in un’associazione di stampo mafioso, per lo più indimostrati». In più, mancano elementi sufficienti per sostenere che alcuni degli indagati abbiano avuto «il ruolo di promotori o capi, dovendosi piuttosto escludere che qualcuno di loro goda di un potere ed una autorità tali da poter impartire ordini a membri di gruppi diversi da quello proprio di appartenenza».

Da qui solo pochi arresti per qualche reato, come traffici di droga ed estorsioni, al massimo con l’aggravante mafiosa. In ultima analisi nel provvedimento, con cui è stato disposto il sequestro di beni per un valore di oltre 225 milioni di euro, si sottolinea che i «plurimi soggetti radicati sul territorio lombardo, alcuni dei quali imparentati o comunque vicini ad esponenti di cosche presenti in altre regioni (..) non si sono fusi in un organismo collettivo». Una lettura di cui, fanno sapere al quarto piano del Palazzo di Giustizia, «è stato preso atto con serenità e rispetto, ma che non condividiamo». Ora la parola passa al Riesame.

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