Le speranze della maggioranza degli italiani riposte nel governo Meloni

E’ indispensabile, però, che Giorgia non si lasci imbrigliare troppo dai vincoli esterni e dai condizionamenti interni

Si dice che la politica sia l’arte del possibile ed in questo c’è del vero, ma qual è il confine che separa il possibile dall’impossibile? Ed eventualmente, chi lo fissa e con quali criteri? Sicuramente, durante le campagne elettorali il confine si presenta in maniera molto elastica ed anzi tutto sembra possibile in vista di una conquista del potere.

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Tuttavia, una volta al governo, ogni coalizione politica incomincia a trovare difficoltà, vere o presunte, nel realizzare il programma elettorale sbandierato, con conseguente delusione dei propri sostenitori. Ad esempio, la sinistra che si opponeva ostinatamente alle riforme del lavoro promosse dai vari governi Berlusconi, giunta nella stanza dei bottoni ha distrutto via via tutte le garanzie sindacali che prima si ostinava a difendere.

Ed oggi, tornata all’opposizione, rimprovera al governo Meloni di non voler fare quello che essa avrebbe potuto fare e non ha fatto in tanti anni di permanenza alla guida dell’Italia. Attualmente le speranze della maggioranza degli italiani sono riposte nel governo presieduto da Giorgia Meloni e, più in particolare, nelle sue inaspettate doti di autorevolezza e dinamismo che sono emerse fin dai primi giorni di attività governativa.

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Ciò nonostante, anche per lei si è presentata la durezza del vivere alla guida di un governo che si trova a fare i conti con ciò che è possibile e ciò che non lo è.Le difficoltà non mancano, soprattutto quelle che provengono dal rispetto, ritenuto doveroso anche quando cozza con gli interessi nazionali, di vincoli esterni che provengono dall’Unione Europea (in materia soprattutto economica e di bilancio), dalla Nato (per ciò che riguarda le alleanze militari), dall’Oms (in ordine agli indirizzi sanitari e le pandemie), per citare solo le principali organizzazioni sovranazionali che stanno incidendo pesantemente sulla vita di ciascuno di noi.

Si tratta di vincoli che di fatto ingessano l’attività di qualsiasi governo, travalicano le aspettative elettorali e riducono al lumicino gli spazi di sovranità nazionale. Si tratta di confini, tra il possibile e l’impossibile, tracciati da organismi esterni non soggetti alla volontà popolare, alla quale la nostra Costituzione riconosce formalmente la sovranità politica.

Il governo Meloni, al di là delle buone intenzioni e della pretesa di rappresentare i «patrioti», è anch’esso prigioniero di questa rete di poteri sovraordinati, che in passato hanno determinato anche le scelte più impopolari e talvolta autolesioniste: come l’austerità economica in epoca Monti; il coinvolgimento in una guerra che non ci riguarda, a dispetto della stessa Costituzione; imposizioni sanitarie che sono sfociate in umilianti restrizioni delle libertà personali come si è visto durante il Covid.

Alla luce di queste considerazioni, buona parte dell’elettorato di centrodestra mantiene un atteggiamento comprensivo e di benevolenza verso il governo, anche tra coloro che auspicherebbero mutamenti radicali rispetto ai vincoli di cui si è detto, preferendo guardare il bicchiere mezzo pieno della credibilità acquisita in campo internazionale e dei risultati economici, non certo esaltanti, ma sicuramente utili da contrapporre ai disastri dei precedenti governi di centrosinistra.

Ovviamente ci sono anche coloro che già mostrano segni di insofferenza e guardano il bicchiere mezzo vuoto. I motivi non mancano, a cominciare dall’immigrazione clandestina che sembra irrefrenabile e che ha battuto tutti i record storici. Gli accordi con la Tunisia sono sicuramente un successo della Meloni e lasciano ben sperare, ma la compagnia della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del primo ministro olandese dimissionario Mark Rutte, politici ormai decotti e tradizionalmente ostili all’Italia, non lascia presagire nulla di buono.

Sul piano interno, invece, alcune scelte governative non possono avere l’alibi della costrizione esterna, specie quando si tratta di nomine a vario titolo. Qui non entrano in campo questioni  politiche fondamentali, ma si tratta di scelte che possono avere anche un valore simbolico, di discontinuità rispetto al passato.

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Si potrebbe cominciare con la nomina di un ministro della Sanità come Schillaci, già consulente del Consiglio Superiore di Sanità per volere del tristemente famoso ministro della Salute del governo Draghi, Roberto Speranza. Non è un caso se ancora oggi persistono anacronistiche restrizioni sanitarie negli ambienti ospedalieri nelle Rsa e negli ambulatori.

Un altro personaggio insignificante di quello stesso mondo, il generale Figliulo, cui Draghi aveva dato l’incarico di Commissario per l’emergenza Covid, noto per avere avuto la brillante idea di mandare i carabinieri casa per casa per scovare i non vaccinati, oggi si trova ad essere Commissario straordinario per l’emergenza post-alluvione e per la ricostruzione in Emilia-Romagna.

Addirittura è comparso all’orizzonte il nome di Matteo Bassetti, predicatore del Verbo vaccinista, come nuovo componente dell’Istituto Superiore di Sanità dopo l’uscita del presidente Silvio Brusaferro, anch’egli uomo di Speranza, a suo tempo inspiegabilmente confermato dal governo Meloni dopo la scadenza del mandato. Eppure la Meloni, in occasione della presentazione del suo governo per il voto di fiducia alla Camera, aveva avuto parole chiare sulla gestione della pandemia che ha dato all’Italia il triste primato di essere annoverata «tra gli Stati che hanno registrato i peggiori dati in termini di mortalità e contagi. Qualcosa decisamente non ha funzionato – ha proseguito – e, dunque, voglio dire, fin d’ora, che non replicheremo in nessun caso quel modello». Il modello, però, cova sotto la cenere suo malgrado.

In Rai l’ultrafazioso Roberto Saviano mantiene il suo programma mentre Filippo Facci, ottimo giornalista, si vede chiudere il suo, ancor prima di andare in onda, per un’espressione ritenuta sessista.

Ma ciò che preoccupa di più è l’acquiescenza di alcuni ministri al Pensiero Unico ed al politicamente corretto. Incomprensibilmente, il pur valido Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara (Lega), ha apposto la sua firma in calce al contratto collettivo di lavoro nel quale si prevede la cosiddetta carriera alias per i professori che abbiano «iniziato un percorso di transizione di genere» ancorché non conclusa e non riconosciuto da alcun giudice. La famigerata teoria gender dell’auto-percezione sessuale, con annessi «bagni neutri», rischia di rientrare dalla finestra dopo essere uscita dalla porta.

E che dire del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Picchetto Frattin (Forza Italia)? Nel suo Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, parla di «aggredire» gli edifici privati per imporne la ristrutturazione e l’efficientamento energetico. Un’altra occasione di aggredire le tasche dei contribuenti in nome dell’ideologia green tanto cara all’Unione Europea.

Pur tuttavia, nonostante i rimproveri che possono essere mossi al governo in carica, resta il fatto che i governi precedenti hanno fatto di peggio e non è auspicabile un nuovo centrosinistra a trazione Schlein-Landini. Ma occorre comunque un colpo di reni per fare meglio e non accontentarsi del cosiddetto «minimo sindacale». L’Italia merita di tornare ad essere una grande nazione nel Mediterraneo ed in Europa affrancata il più possibile dalle zavorre interne ed esterne.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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