Arcitaliano perché antitaliano, per aggirare la trappola del pensiero unico

Ennesimo 25 aprile all’insegna delle polemiche pretestuose di chi non riesce ad uscire dalla gabbia di un atteggiamento antistorico e immotivato

In questi giorni per la ricorrenza del 25 aprile la discussione pubblica ha preso la direzione elicoidale di chi si attorciglia su se stesso. L’esperienza storica del fascismo continua a sollecitare a fare un’abiura supplementare per quanti non abbiano avuto quell’esperienza e quindi a poter avere o volere esprimere quella nostalgia.

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Sembra questo un atteggiamento antistorico, laddove la storia di un momento appartiene a quel contesto ovverosia al periodo del ventennio, con la cultura che lo ha anticipato nel costruire un immaginario collettivo che lo ha poi partorito nella sua orditura istituzionale ovvero con il pensiero di D’Annunzio, Soffici, Papini, Prezzolini, Pavolini…

Ma tutto questo accade per una sorta di volontà supina al pensiero unico che vorrebbe alimentare un’ansia di testimonianza laddove non ha nulla a che vedere con l’esperienza vissuta ed invece tutto a che vedere con la demagogia politica e con lo scontro tra faziosità contrapposte. Questo è l’elemento chiave che distorce la realtà storica, la fuoriuscita da quel periodo e soprattutto elevando a intolleranza politica ed antidemocratica la lotta per impadronirsi di un pezzo di storia a prescindere da valori, meriti e colpe.

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Si caratterizza così il volto dell’italiano strabico, quello che non vuole guardare in faccia la realtà attuale e voglia continuare a vedere tutto il male da una parte ed il resto a chi immagina una sinistra immacolata senza Togliatti che tradisce Gramsci, e con Stalin e i suoi morti, Marx ed il suo pensiero moltiplicatore di conflitti, con quel PCUS ed i suoi affari col PCI.

Questo quadro sintetico ed arbitrario purtroppo induce a vivere, con l’amaro in bocca, una ricorrenza che dovrebbe servire a costruire un pensiero comune, a svolgere una funzione maieutica e catartica, affinché il pensiero condiviso si possa purificare dalle demagogie, liberato dalle interpretazioni unilaterali e fuori contesto per comprendere ed approfondire le ragioni degli uni e degli altri attraverso i Pound, gli Ungaretti, i Burri ed i Niccolai.

Cioè anche attraverso le tragedie dei vinti affinché l’italiano possa superare l’idea di rappresentare il cd. arcitaliano che poi si riduce ad essere antitaliano munito di una coscienza piena di complessi e senza mai sapere dare prova di quel coraggio necessario per potersi affrancare dalle debolì visioni di partigianeria politica.

Oggi, invece, bisognerebbe ovviare alla dimensione di un cinismo che vuole una contrapposizione permanente senza essere capace di vivere un momento unificante consapevole di torti e ragioni, ma anche fortemente legato alla storia comune di una nazione che nella sua storia non può avere cesure e parentesi storiche.

Se non si compie questo ulteriore ed improcrastinabile passaggio si rischia di vivere l’amarezza eterna, che, per dirla con le parole di Pier Paolo Pasolini, ci induce a ripensarci criticamente secondo la poesia che ci fa ripetere che «In questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza, il più colpevole son io, inaridito dall’amarezza».

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