A Napoli inventato «l’assegno bancario» cento anni prima della banconota

Fedi di credito, nel ‘500 il primo strumento di pagamento tracciabile che sostituì la moneta metallica

In fatto di evasione fiscale, l’Italia è certamente uno degli stati con il più alto tasso in Europa, fanalino di coda dietro Francia e Germania. Secondo gli ultimi dati Nazionali registrati dall’OCP – Osservatorio sui Conti Pubblici, la nostra nazione pur se in lieve controtendenza rispetto agli anni passati registra ancora un altissimo livello di elusione fiscale; se ne stimano circa 100 miliardi, di cui, quasi il 78% riguarda gettiti di IVA e IRPEF provenienti dal settore privato.

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Sono decenni che lo Stato tenta di mettere in piedi programmi efficaci per arginarla; purtroppo però il risultato è sempre quello della montagna che partorisce un topolino; tanti gli strumenti proposti che risultano però essere insufficienti rispetto alle reali necessità a causa dei continui scontri ideologici tra fazioni garantiste e giustizialiste. Redditometro, limitazioni all’uso del contante e tracciabilità delle operazioni sono certamente i presidi più efficaci avviati per combatterne il fenomeno.

Degli ultimi due se ne sta facendo un gran parlare, quasi come se fossero l’unica concreta soluzione al problema. In questa sede non andremo a giudicare i contenuti etici e morali di questi provvedimenti che spaccano l’opinione pubblica su tematiche come il diritto alla privacy e la libertà di agire nel rispetto delle leggi e della Costituzione. Vogliamo invece porre in evidenza la genesi storica di alcuni strumenti finanziari che hanno dato una spinta evolutiva allo sviluppo economico dello Stato moderno.

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L’ingegno dello Stato Napoletano

Strumenti tanto innovativi che, per la propria operatività, sono tutt’oggi impiegati per arginare la piaga dell’evasione. Sarà certamente deludente riconoscere agli odierni tecnici di Stato nostrani, che la sana limitazione all’uso del contante e la tracciabilità dei pagamenti sulle operazioni commerciali non derivano dallo sviluppo economico di qualche evoluta monarchia nord Europea ma dal genuino ingegno finanziario di alcuni tecnici illuminati dello Stato Napoletano. Già a metà del 1500 quando Napoli era ancora un vice regno, vennero introdotti strumenti di pagamento alternativi alla moneta addirittura quasi un secolo prima della nascita della prima banconota, il Daler, coniata in Svezia nel 1661.

Nel 1572 nacque a Napoli la Fede di Credito, la prima forma di pagamento «tracciabile» ante litteram. Certamente tale strumento non nasceva per finalità giustizialiste contro l’evasione, bensì come mezzo innovativo del nascente sistema creditizio moderno volto a favorire gli scambi commerciali in assoluta sicurezza. Essa consisteva in un certificato che il banco emittente rilasciava dietro deposito di una somma, il portatore poteva cambiare in moneta metallica pregiata l’importo facciale della fede direttamente agli uffici del banco.

La fede di credito potrebbe essere considerata come l’antesignano dei libretti di deposito se non fosse che, a differenza di questi ultimi essa doveva contenere anche la descrizione dell’operazione commerciale per la quale veniva rilasciata in pagamento, quindi una vera prova di tracciabilità. Oltretutto era possibile incrementarla con ulteriori depositi che venivano via via annotati che né aumentavano la capienza. A Napoli il motivo di una così ampia diffusione fù la necessità di sostituire le monete in oro e argento soggette alla contraffazione ed al fenomeno della tosatura, consistente nell’asportazione delle parti metalliche pregiate.

Le fedi di credito e il Monte di Pietà

La fede di credito era una via di mezzo tra la banconota, l’assegno ed i libretti al portatore; poteva essere ceduta anche a chi non fosse stato titolare di un deposito. Dette fedi venivano rilasciate dai Monti pubblici di Pietà e ancor prima dalle Casse di deposito delle Case Sante. Queste ultime sorsero inizialmente per scopi filantropici e caritatevoli senza fini di lucro; garantivano prestiti su pegno senza interesse per coloro che si trovavano in totale stato di indigenza. Il primo Monte di Pietà venne fondato dagli imprenditori Aurelio Paparo e Nardo di Palma animati dal solo spirito di carità cristiana; il loro banco infatti non generava alcun tipo di lucro sulle mediazioni; nei decenni successivi il numero dei monti andò moltiplicandosi guadagnandosi la fiducia di numerose famiglie nobili che né alimentarono l’attività con donazioni e prestiti.

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Attraverso i Banchi l’indigente riceveva delle somme di denaro in cambio di un bene lasciato in pegno che gli permettevano un sostentamento in momenti di bisogno. Tali banchi nacquero con il nobile scopo di aiutare coloro che restavano vittime dell’usura; Nascevano così prima i Banchi Pubblici dei luoghi Pii, che divennero poi fondazione Sacro Monte di Pietà e Casse di Deposito delle Case Sante. Fu solo successivamente che ai suddetti banchi venne riconosciuta anche la possibilità di depositare somme di denaro conto terzi dietro rilascio della così detta fede di credito.

Fu alla fine del 700 che i banchi pubblici di credito vennero riuniti sotto un’unica sigla; nacque così l’istituto che diventerà il glorioso Banco di Napoli. Secondo gli antichi documenti rilasciati dai banchi che hanno dato vita alla fondazione, il Banco di Napoli risulterebbe nato addirittura nel 1463 ancor prima del Monte dei Paschi di Siena datato 1472. Torniamo però alla procedura di riscossione; i prelievi avvenivano tramite ordini di pagamento detti polizze o polizzini a seconda dell’entità della somma.

L’emissione delle fedi a vuoto

La polizza al momento della presentazione alla cassa del banco generava la notata di fede, ovvero un’annotazione sulla fede stessa che diventava madre di fede assumendo caratteristiche simili ai moderni conti correnti. Il sistema era tanto avanzato per l’epoca da attribuire a Napoli il primato indiscusso dell’introduzione delle fedi di credito. Questo strumento era tanto efficiente quanto funzionale che ebbe una vita longeva, grazie al fatto che esse erano garantite dal ferreo principio che l’emissione poteva avvenire solo dopo il deposito della somma corrispondente. L’emissione delle fedi a vuoto era considerato infatti un delitto. L’autorizzazione ad emettere fedi di credito era concessa solo a quattro banchi pubblici altamente affidabili.

Fu nel 1584 che il vicerè Don Pietro Giron né ufficializzò il corso riconoscendole come strumento di pagamento alternativo alla moneta. Il loro utilizzo andò avanti per oltre tre secoli godendo del favore del popolo; erano tanto sicure da essere preferite alla moneta metallica prima ed alla carta moneta dopo. L’uso era così massiccio al punto che si diceva che il popolo napoletano poteva contare su due cose certe: la fede per San Gennaro e le fedi di credito.

I mercanti e gli artigiani napoletani erano infatti considerate persone serie e puntuali nei pagamenti e godevano di ampia fiducia in tutti i mercati sia interni che esterni. Per un napoletano non onorare un debito era considerato un infamia gravissima. Purtroppo, dopo l’unificazione Nazionale, il «marchio di qualità» che ha reso onorabile il popolo Napoletano in tutt’Europa ha subito l’annacquamento del proprio ammirevole status acquisito in secoli di politiche monetarie rigorose ed efficaci.

Lo Stato Italiano

Il neonato Stato Italiano ha invece subito smontato tutto ciò introducendo politiche viziate e pressapochiste attraverso le quali iniziarono a fermentare fenomeni corruttivi e malaffare. Introduzione del circolo forzoso della moneta cartacea e l’emissione di banconote il cui valore nominale superava le reali disponibilità auree fece cadere il neonato Stato Italiano nella spirale di una profonda crisi inflazionistica, giungendo poi al grosso scandalo della Banca Romana. Eventi che cancellarono al popolo Napoletano tre secoli di sviluppo, innovazione ed onorata reputazione.

Setaro

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