Autonomia rafforzata? Il Meridione non ci sta. Meglio la Macroregione autonoma dell’Italia del Sud

La sinistra chieda udienza a Papa Francesco per farsi benedire chissà che non rinsavisca

Vuoi vedere che qualcosa sta cambiando davvero, nella politica italiana? L’esecutivo Meloni, oggi, porterà nel Cdm per – nel tentativo di provare ad accelerarne l’approvazione finale in aula senza ridursi, come al solito, all’ultimo momento – la manovra finanziaria (32 miliardi di cui 21 per le bollette), dopo aver cancellato l’Iva da pane, pasta, latte e sui pannolini, 100 euro alle famiglie numerose, assegni familiari più corposi e raddoppio dell’assegno unico per le famiglie con 4 o più figli, e una tassa «verde» per la grande distribuzione che per le consegne a domicilio utilizza mezzi inquinanti, così da provare a dare una mano al commercio di vicinato e ulteriore taglio del 3% del cuneo fiscale, tutto vantaggio dei lavoratori.

Una corsa contro il tempo per accelerare l’approvazione è stata già vinta a metà, visto che nelle ultime due settimane la premier è stata impegnata a Bali, per il G20 e a Sharm El-Sheikh, per il Cop27. Dove ha dimostrato che l’Italia, non è sola. Anzi, è protagonista su tutti i dossier, più significativi.

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In due giorni ha incontrato Biden assicurandosi una sponda sull’inflazione, sul prezzo del gas, per imprese e famiglie, e sulla tassazione internazionale; ha visto il presidente, cinese Xi Jinping che l’ha invitata a Pechino per discutere delle esportazione italiane in Cina e, infine, ha ottenuto dalla Commissaria europea, Johansson l’assicurazione «che l’Europa aiuterà l’Italia», sulla questione migranti.

Conquistando, così, per il Paese e per lei, autorevolezza e centralità. Ma qualche intellò – che vive su di un altro pianeta e non s’accorge di ciò che succede sulla terra – invece di plaudire per i risultati, le ha contestato di aver portato con se in Indonesia la figlia, Ginevra. Che dire? Solo un consiglio: chiedere udienza a Papa Francesco e farsi benedire. Magari li aiuterà a rinsavire.

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L’autonomia rafforzata

«‘A gatta pe’ ghjì ‘e pressa facétte ‘e figlie cecàte». Siate seri signori – alla luce della congiuntura in atto: guerra, crisi energetica, inflazione record +11,8% a ottobre, ma il carrello della spesa è al +12,6% (+3,4% in un solo mese) e retribuzioni ferme; caro bollette e pressione fiscale al 43,8%, (record di sempre); aziende che rischiano la chiusura perché sommerse dalla valanga (130/140 milioni) di cartelle fiscali che potrebbe piombargli addosso e per la mancanza di liquidità (1.132 miliardi) per pagarle, se il governo non provvederà, come si sta predisponendo a fare, a depotenziarne l’impatto – vi sembra questo il momento più indicato per parlare di autonomia?

Cui, personalmente, non sono contrario. Anche se più che l’autonomia rafforzata – che rischia di scomporre il Paese in 20 piccoli staterelli, sempre in concorrenza, dove i ricchi, arricchiscono sempre di più e i poveri impoveriscono sempre di più, con il taglio dei «livelli essenziali di prestazione» e basando tutto sulla spesa storica, finirà per dare più risorse a chi (Nord) avendo più soldi prima, ha speso di più, e meno a chi (Sud) avendone di meno, prima ha speso di meno – è preferibile quella macroregionale, sul modello dei lander tedeschi o dei cantoni svizzeri, con quattro macroaree omogenee. Magari cinque, aggiungendovi quella Insulare. Con proprio statuto, governo e organi giurisdizionali.

Quindi, autonome sotto il profilo amministrativo, legislativo, fiscale ed economico con competenze specifiche su tutto quanto non è espressamente attribuito dalla Costituzione al Governo centrale. Una riforma che – creando i contrappesi necessari e interagendo con quella semipresidenzialista – darà ancora maggiore respiro e consistenza all’unità nazionale.

Il tentativo di lavarsi la coscienza

Certo, ogni qualvolta si parla di autonomia, i governatori meridionali si sbattono, mettendosi di traverso, ma è solo un tentativo di lavarsi la coscienza delle responsabilità per i ritardi del Sud nella sanità, nella scuola, nel turismo e nell’agricoltura che, pure potrebbero rappresentare notevoli volani di sviluppo se circondati delle infrastrutture, indispensabili per accedervi.

E nella protesta ritrovano compattezza «chiacchierologica», ma nei fatti ognuno va per la propria strada per ottenere qualcosa. A parole, per regioni e cittadini, in concreto per se stessi. E dello sviluppo della stupenda «Italia del tacco», nella sua interezza, nessuno se ne cale.

Altrimenti, piuttosto che «fingere» di preoccuparsi per le singole realtà regionali, comincerebbero a discutere di cosa fare per unire il Sud in una sola macroregione autonoma. Forse, temono la riduzione del numero delle poltrone da spartirsi. Già, ma ne guadagnerebbero i cittadini. E se, è vero che nessuno si salva da solo, ciò vale anche per le regioni. Non vi pare?

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