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Ogni anno il 2 novembre la commemorazione dei defunti: «Ognuno adda tené chistu penziero»

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Ogni sepoltura una storia, ogni tomba il luogo che permette ai discendenti di risalire agli antenati e di reperire una traccia tangibile della famiglia

Risale all’anno 998 l’origine della giornata di commemorazione dei defunti. Voluta dall’abate Odilone, priore di Cluny, per i monaci di quel chiostro, da allora è divenuta precetto religioso.

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Ogni anno il 2 novembre, all’indomani proprio della festa d’Ognissanti, celebriamo la giornata dei defunti, e questa contiguità ci appare come la metafora del filo di una tela che alla fine collega direttamente vite straordinarie santificate a quelle normali trascorse in un quotidiano che coinvolge la maggior parte di tutti noi. Festeggiamo tutti i santi ed il giorno dopo commemoriamo tutti i defunti.

La letteratura e l’arte sono state sempre generose di riferimenti proprio alla morte e al collegato dei defunti, segno di un’attenzione e di un’affezione dovute a questo rito del passaggio che avviene tra la vita, quindi la presenza quotidiana, e la morte, perciò l’assenza, la dimenticanza spesso l’oblio.

Ma non illudiamoci perché tutti ci abituiamo all’assenza e dimentichiamo – è umano – particolari e storie che forse solo qualche fotografia per un attimo, ma solo un attimo, ci riporta la memoria.

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E così che a questo punto hanno preso valore i cimiteri, le tombe, proprio per conservare il ricordo delle persone più care, forse per chiudere nello scatto di una fotografia il sorriso di chi non c’è più, in una frase impressa sul marmo un suo modo di essere.

Purtroppo oggi che tutto cambia, che nuovi modi di vita si inseriscono nel nostro quotidiano, soprattutto nel momento della conferma di una società materialista, senza più anima né sensitività, il culto degli assenti, la devozione al padre scomparso, e di conseguenza la cura dell’estrema dimora, dei cimiteri, sembra come essersi annullata, considerata una perdita di tempo improponibile per gente distratta come siamo, troppo impegnati nella fretta, nel quotidiano, come se alla fine la morte sia un episodio lontano che appartiene solo agli altri.

Nell’epoca del virtuale troppo spinto, si fugge dalla realtà, ma la morte non è un videogioco da cui rialzarsi una volta finito il film, non è pellicola che si possa riavvolgere a nostro piacimento.

Campeggia nell’aiuola centrale del Gran Camposanto di Messina una frase che ammonisce e insegna: «Siamo quel che sarete, sarete quel che siamo…» quasi a voler sottolineare la caducità di ricchezze e profumi e la inequivocabilità della fine del tutto.

E questo cimitero, che si cerca di imbellettare in extremis proprio per questo secondo giorno di novembre, che una volta era Monumentale, Gran Mirci, con mausolei che sembravano Chiese, purtroppo oggi si rivela regno dell’incuria e della trascuratezza: scalinate divelte, pietre abbandonate negli angoli, sterpaglie, strade dissestate, persino i monumenti più belli versano in stato di colpevole abbandono.

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E’ peculiarità dei vivi credere che lo saranno per sempre e non occuparsi di chi non c’è più, ma è un vero peccato lasciare nell’abbandono il segno del nostro passato. Ogni sepoltura racconta una storia e ogni tomba rappresenta il luogo che permette ai discendenti di risalire agli antenati e di reperire una traccia tangibile della famiglia. Non è vecchio romanticismo ossianico o foscoliano il ricordo dei defunti, ma, soprattutto in epoca di svilimento di identità e valori, il sentimento che ci consente un attimo di commozione e ci permette di risalire alle origini delle nostre esistenze.

Oggi il progressismo, che avanza come un bulldozer, vorrebbe cancellare queste ricorrenze confondendole pure con usanze venute d’altrove, ed inesorabile lavora per cancellare identità e origini, famiglia e religione, ed allora tende a sostituire i riti di novembre con le zucche vuote o i messaggi di altre religioni. Ma l’ineluttabilità della morte è cosa certa e trascende ogni segno esteriore di fede, ogni maschera ed ogni travestimento; non le si può sfuggire neanche scappando ai confini del regno, nella remota samarcanda, come fece quel soldato per evitare la vecchia signora adirata che lo aveva impaurito e che aveva ritrovato sorridente dopo l’inutile fuga protrattasi per tante miglia.

In questo contesto anche la recente decisione della Chiesa di consentire la cremazione apre nuove problematiche e desta nuovi interrogativi.

Il senso romantico della sepoltura come nutrimento della terra dei padri, quindi della Patria, sembra essere definitivamente tramontato nelle banalità del Grande fratello e di Xfactor, nel concreto del quotidiano.

Non c’é più spazio per il sentimento e per la memoria e persino la Chiesa, spinta dai bisogni, consente oggi di annullare il nostro passaggio su questa terra senza concederci la possibilità di lasciare una traccia, pure se costituita solo da una tomba o da un’urna cineraria, senza consentirci alla fine di coltivare una speranza tangibile di resurrezione o di ritrovamento.

Come il Foscolo potremmo ripetere oggi, sfiduciati «che anche la Speme, ultima dea, fugge i sepolcri…» o più semplicemente affermare, se attirati dal nuovo rito dell’urna cineraria, come il filosofo contemporaneo Robert Redeker, «…che la cremazione è la morte senza carne, è il passaggio della morte nella glaciale astrazione del concetto, alla fine il culto del nulla».

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