Lingua napoletana: la legge c’è, ma è inapplicata. Patrimonio a rischio estinzione

Proposta dall’AIGE e approvata all’unanimità, sta per compiere tre anni

Tra qualche mese, esattamente il prossimo 8 di luglio, ricorrerà il terzo anniversario della entrata in vigore della Legge regionale n. 8/2019, “Salvaguardia e valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano”, che fu approvata alla unanimità da tutto il consiglio regionale.

A distanza di tre anni, proprio io che nella mia qualità di Presidente dell’AIGE, l’associazione che in oltre un decennio ha organizzato decine di convegni di studio per promuovere la legge che il Consiglio Provinciale di Napoli, nel 2007, aveva approvato e trasmessa come proposta all’assise regionale, non posso che esprimere tutta la mia delusione per una norma che non ha trovato, finora, piena applicazione.

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È stato costituito, così come previsto, il Comitato scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano formato da esperti nominati in parte dalla Regione Campania ed in parte dai rettori delle università campane ed al cui vertice è stato nominato lo scrittore Francesco de Giovanni. Il compito di questo organismo avrebbe dovuto essere quello di organizzare iniziative di studio e di ricerca per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio della lingua napoletana oltre che proporre progetti specifici aventi lo stesso obiettivo oltre che promuovere giornate di studio in diretta connessione con il mondo della scuola.

Purtroppo, in questo periodo, dopo l’enfasi anche mediatico dei soliti politicanti che hanno cercato di mettere il cappello sulla iniziativa, il Comitato si è limitato a qualche incontro in videoconferenza sul grande Sergio Bruni, del quale nel 2021 si è ricordato il centenario della sua nascita, e nulla più.

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Lingua napoletana, la legge punto di svolta

Nei nostri intendimenti l’approvazione della legge doveva rappresentare il punto di svolta per una concreta tutela e valorizzazione della lingua napoletana, conservando memoria della sua forma più arcaica ma anche confrontandosi con la più moderna declinazione che trova spazio nella produzione letteraria e musicale dei giorni nostri.

Invece nulla è stato fatto, non c’è un programma di attività, non ci sono incontri all’orizzonte, non c’è niente che possa ricondursi alla premessa di salvaguardare il nostro grande patrimonio immateriale rappresentato da quella che all’estero è considerata una lingua a tutti gli effetti al punto che parecchi testi scolastici, in uso nel Nord e nel Sud America, considerano il napoletano lingua ufficiale della Campania e più in generale del Sud Italia.

Negli anni grandi studiosi hanno dedicato la loro vita alla nostra lingua con opere straordinarie. Francesco D’Ascoli, Renato De Falco, Carlo Iandolo tanto per fare qualche esempio recente, rappresentando a pieno anche la metamorfosi di una parlata che negli anni ha subito anche l’influenza di molte lingue straniere adattando e trasformando termini in uso.

Tante parole derivano dallo spagnolo come abbuscà (cercare, guadagnare arrangiandosi, prendere botte) da buscar, cu mmico (con me) conmigo, micciariello (fiammifero) mecher, camorra (associazione a delinquere) morra ecc. Ma anche dal francese come cazetta (calza da donna) chaussette, tirabbusciò (cavatappi) tire-bouchon, buatta (barattolo) boîte. E non mancano termini derivanti dall’inglese, dal tedesco, dal greco e perfino dall’arabo.

L’insegnamento della lingua napoletana

L’obiettivo ambizioso della legge avrebbe dovuto essere anche l’insegnamento della lingua napoletana nelle scuole medie. Al pari dello studio di lingue ‘morte’ come il latino ed il greco di cui giustamente nessuno contesta la validità dell’impegno perché rappresenta un modo per avvicinarsi alle civiltà di cui quei sistemi linguistici erano espressione e di cui noi oggi siamo eredi, allo stesso modo lo studio della lingua napoletana rappresenterebbe un modo per fare riscoprire, soprattutto ai nostri giovani, le nostre radici e l’immensa cultura della nostra amata Napoli.

Al riguardo non capisco perché la Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici del MIUR finanzia progetti nazionali e locali nel campo dello studio, delle lingue e delle tradizioni culturali. Rientrano in questo piano, la lingua sarda, friulana, arabesche, croata, ladina, slovena, germanica, francese-occidentale-franco/provenzale, un ricco patrimonio a rischio estinzione, ma non la lingua napoletana.

Ma per tornare alla legge regionale il Comitato scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano avrebbe dovuto essere, nell’intenzione del legislatore, il motore di una attività per la riscoperta della parlata napolitana che a ritroso o in avanti nel tempo è la più spontanea, la più arguta, la più fresca.

Penso che sarebbe necessario un cambio di passo e che le eventuali dimissioni di De Giovanni da presidente, visto che non è mai sembrato seriamente interessato alla mission del comitato, se potessero servire a determinare una scossa, sarebbero opportune. Lavorare su questo lo dobbiamo prima che a noi a Salvatore di Giacomo, Salvator Rosa, Totò, Eduardo De Filippo, Libero Bovio, Ernesto Murolo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo ecc. ma anche ad alcuni autori “stranieri” come Boccaccio e D’Annunzio che nella loro permanenza a Napoli si avvicinarono al napoletano.

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