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Quirinalizie, ultimo atto… Dopo le «narrazioni» televisive e giornalistiche da lunedì si vota

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Il rischio è di una china di tipo «cesarista»

Lungo queste settimane in ogni dove, sulle pagine dei giornali e nelle discussioni da bar, si sono coltivate innumerevoli interpretazioni sul rito seguito nella elezione del Presidente della Repubblica. Tutti chi più chi meno si sono soffermati sulle caratteristiche e le qualità che deve avere chi dovrà ricoprire il ruolo sul colle più alto in Roma.

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Il Quirinale ed i suoi misterici segreti sono risultati la vera passione di addetti ai lavori e non. Sino al punto da occupare il posto centrale nei palinsesti televisivi, facendoci risollevare il morale dopo anni dedicati al tormentone covid-19, con cui verosimili e posticci esperti hanno provato a mettere in opera un vero e proprio lavaggio del cervello senza cavare un ragno dal buco.

Un tempo questi erano i cd. feuilleton, i racconti in appendice che narravano sui giornali i contesti che si vivevano attraverso storie che tra il romanzo a puntate e fatti colorivano le relazioni sublimi e soddisfacevano le attenzioni e le curiosità di quanti in assenza di tecnologia si approssimavano alla trasmissione dei piaceri della lettura e del sapere.

Nel frattempo, con l’introduzione della radio e della tv, si sono cominciati prima ad ascoltare e poi a vedere queste narrazioni. E dopo essersi chiamati sceneggiati oggi si chiamano serie-tv. Beh … la storia del Quirinale e di chi lo abita è una storytelling che ha un suo fascino e si dimostra necessaria quanto meno per articolare e sviluppare un pensiero collettivo che si compie nella comprensione di ciò che avviene nel Palazzo istituzionale per eccellenza nel sistema italiano.

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Questo si compie grazie a questi racconti e ad un processo che dota le persone di una certa sensibilità culturale di attivare processi riflessivi e formativi, soprattutto oltre la politica di parte ma necessari a garantire quell’equilibrio istituzionale che negli anni è mancato nelle interpretazioni incarnate dalle personalità che hanno ricoperto i ruoli presidenziali.

Le attribuzioni riconosciute e spiegate in Costituzione

Le personalissime interpretazioni di tali figure hanno visto da sempre succedersi figure di parte che – tranne Einaudi e Ciampi che hanno fatto storia a sé per la loro naturale visione principalmente economicista che rispondeva a dettati e trattati internazionali – hanno fornito rappresentazioni faziose, unilaterali, se non del tutto arbitrarie, al punto da estrinsecarsi in un modello istituzionale in cui la realtà e la sua forma ovvero l’intero contesto (culturale, politico e giuridico) si piegava ad interessi che a prima vista non apparivano di diretta derivazione delle attribuzioni riconosciute e spiegate in Costituzione.

Difatti ad affermare storicamente questa pericolosa deriva ci ha pensato la dottrina elaboratasi e stratificatasi nello scorrere del tempo sulla figura del Presidente della Repubblica, laddove, con sentenza n.1/2013 della Corte Costituzionale, questi passava dall’essere grande regolatore del gioco costituzionale (Tosato – 1947) e divenire nel corso degli anni arbitro o meglio ancora garante dei principi costituzionali e quindi tale da configurarsi quale soggetto terzo al di sopra delle parti fino ad un Presidente che «è stato collocato dalla Costituzione al di fuori dei tradizionali poteri dello stato e, naturalmente, al di sopra di tutte le parti politiche … Egli pertanto dispone di tutte le competenze che incidono sui citati poteri allo scopo di salvaguardare, ad un tempo, sia la loro separazione che il loro equilibrio».

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Così il Presidente diveniva un regolatore non asettico, ma immerso nel gioco della politica, ovvero come soggetto legittimato ad operare con spirito di parte. Ebbene si riconosceva in lui una figura sempre più straordinaria che interveniva di volta in volta su uno stato di eccezione, senza avere regole certe e senza fornire alcuna motivata spiegazione del suo operare, anche attraverso quella sorta di potere sotterraneo di moral suasion.

I tatticismi devono lasciare il campo

In questo quadro oggi giungiamo all’ultimo atto, laddove finiscono le discussioni e si vota. È il momento cruciale dove i tatticismi devono lasciare il campo alla espressione delle scelte. In questo quadro si contrappongono i continuisti che vedono in Mattarella, la persona capace di ricoprire un ulteriore e supplementare periodo di transizione.

Ma dopo la figuraccia nell’esercizio e gestione delle sue prerogative, come colui il quale, per applicazione dell’art.87 Cost., deve presiedere il CSM lasciando nel caos un’istituzione al punto da presiedere il 20 gennaio u.s. la seduta in plenum che, disattendendo le due sentenze n.267 e 268/2022 del Consiglio di Stato che, rimuovevano le nomine ritenute e dichiarate illegittime della Suprema Corte di Cassazione, riconfermava le nomine contraddicendo la sentenza, facendo venire meno il principio di effettività nell’esecuzione del giudicato e soprattutto non riuscendo a garantire il giusto equilibrio tra i poteri basilari nello stato di diritto.

Per cui nella scelta finale lungo il percorso intrapreso, dopo il dipanarsi di tutte queste strategie, si contrappongono due figure miliari:

1) Mario Draghi che esporrebbe la nostra Repubblica che, come spiega Luciano Canfora, una china di tipo “cesarista”, laddove un Premier passa ad essere un Presidente della Repubblica che nominerebbe un successore, assorbendo a sé tutte le prerogative di garante e di politico, in un evidente cortocircuito pericoloso e gravissimo;

2) di contro, un esponente della politica che possa in qualche maniera ricucire gli strappi istituzionali e le confusioni interpretative, cosicchè la politica si possa riappropriare della sua essenza ovvero del compito di consentire una necessaria uscita dalla crisi, per chiudere definitivamente l’esperienza storica, durata oltre settant’anni, di un permanente stato di eccezione senza regole e con interpretazioni del tutto arbitrarie, sì da lasciare i cittadini distanti, disillusi e rassegnati in un clima da grande fratello o da pilota automatico che dir si voglia, in cui gli interessi generali e nazionali sono relegati ai margini, con l’intento di impietosire e/o compiacere gli interessi del padrone di turno.

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