Il ponte sullo stretto di Messina è fuori dal Progetto Pnrr, di chi la colpa?

Eppure è già inserito nelle reti TEN-T. Chi risponderà all’Europa delle risorse sprecate per le istruttorie del 2002-2004 e del 2009-2014?

Alla fine Draghi ha deciso. Se si tratti di scelte idonee a salvare l’economia e a fermare il virus lo scopriremo presto. Intanto, è tempo di green pass: per bar, ristoranti, locali al chiuso e scuola, con obbligo di vaccino per professori (stipendi a rischio per chi rifiuta) e studenti maggiorenni e dal primo settembre (ma se i dati dicono che è necessario farlo, perché aspettare un mese, quando potrebbero essere diversi?) e poi, uno sconticino sui tamponi. «Meglio poco, che niente».

Inoltre, c’è da rilevare che, a dispetto di promesse e rassicurazioni in senso opposto, al Mezzogiorno è stato inferto l’ennesimo tiro mancino: il progetto del Ponte sullo Stresso di Messina, non è stato inserito nel PNRR. Neanche questa volta sarà realizzato e Sicilia e Sud continueranno a perdere oltre 6 miliardi di Pil all’anno.

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Chi ringraziare: Draghi, il ministro delle infrastrutture, Giovannini, quella per il Sud, Carfagna o l’intera maggioranza? Forse nello stendere il piano, si sono dimenticato che il ponte sullo Stretto è già inserito da tempo nelle reti TEN-T. Chi risponderà all’Europa delle risorse sprecate per le istruttorie del 2002-2004 e del 2009-2014? Ma secondo SuperMario, il pil «può volare». Può darsi, ma non al Sud.

È semestre bianco. Fino all’elezione del suo successore, Mattarella non può sciogliere le Camere e, quindi, nel caso, non potrà «ghigliottinare» la legislatura e dovrà ricorrere all’ennesima soluzione tampone, battezzando una nuova maggioranza.

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Del resto, è ciò che sta facendo dall’alba della legislatura in corso, con maggioranze ibride fra partiti – M5s e Lega, M5s e Pd (Conte I e II), poi ‘arcobaleno’ con tana aperta a tutti (ospitalità di lusso rifiutata, però, da FdI) e Draghi, padrone di casa – che durante la campagna elettorale, non hanno fatto che offendersi e spergiurare che mai si sarebbero messi insieme.

Poltrone e potere sono il vaccino migliore

Il ministro Luigi Di Maio
Il ministro Luigi Di Maio

«Mai con il partito di Bibbiano» e «mai con chi gridava Vesuvio lavali col fuoco» sbraitava Di Maio contro Pd e Lega e fra Enrico, Matteo I e II. Poltrone e potere, sono il vaccino migliore contro il virus elettorale. Non cancellano dolori e dissidi, ma li leniscono, rendendoli sopportabili. Ovviamente ai partiti, ai diretti interessati, e alle rispettive bandierine, che, per altro – grazie al moltiplicarsi degli iscritti agli albi dei «maggiorenti» – diventano sempre più numerose e di difficile realizzazione, non per il Paese e i suoi cittadini costretti ad assistere a un surreale gioco delle parti causa l’unità precaria e leader e partiti che continuano a guardarsi in cagnesco.

E purtroppo, detto con franchezza e senza peli sulla lingua, non sarà un bello spettacolo quello che offriranno le forze politiche e i 945 vincitori del terno al lotto 2018, da qui all’elezione (prevedibilmente marzo prossimo) del nuovo Capo dello Stato. Elezione cui parteciperanno 345 parlamentari che potremmo definire «abusivi dello scranno» perché il referendum popolare del 2020 ne ha sentenziato l’inutilità, tagliandone 345.

Ma, poiché il taglio andrà in vigore alla prossima legislatura, anche loro voteranno le riforme concordate con l’Ue. I primi 245 (Camera) hanno già detto «si» a quella sulla Giustizia, gli altri 100 (Senato) lo faranno a settembre. Poi verranno le altre. Ci aspettano, quindi, sei mesi durante i quali pagheremo l’ostinazione di Mattarella e del centrosinistra di tenere, pur di evitare le urne, artificiosamente in vita maggioranze di governo prive di consenso, ma traboccanti d’incompetenza.

Partiti pronti a minacciare crisi

I partiti della grande ammucchiata, minacceranno crisi e alzeranno il livello dello scontro. Pronti, però, a far macchina indietro nel momento in cui dovessero accorgersi che qualcosa cominci a traballare davvero. Saranno, insomma, 6 mesi di chiacchiere a gogò, e privi di risultati concreti. Ma non avevamo fretta, di mettere a punto le riforme (Giustizia, concorrenza, fisco e Pubblica Amministrazione) attese da oltre trent’anni, per rendere, l’Italia, più competitiva e attraente agli investimenti esteri e, ancor più, ricevere le risorse del recovery?

Certo, ma se la prima è a meta strada e dovrà attendere settembre per l’ok del Senato, delle altre si continua a discutere per slogan, annnunci e spot. E mentre si avvicina il ritorno a scuola e si assicurano lezioni in presenza, nessuno si preoccupa delle classi pollaio e degli intasatissimi trasporti locali. Addirittura esentati dal pass.

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