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Ma Salvini vuole dar ragione a Letta che lo ha tacciato di non essere «credibile»?

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Ed ora ci si mette anche Draghi – col green pass per eventi, cene al ristorante e palestre e il suo allarme: «senza vaccini si muore e si è un pericolo per gli altri» – a far fibrillare il centrodestra. ‘Manda’ Salvini a vaccinarsi, fa scendere il gelo fra loro due, ma niente di particolare, Meloni, però, grida al regime: «Palazzo Chigi vuol terrorizzarci».

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A questo punto non sarebbe stato più onesto e trasparente imporre direttamente e senza sotterfugi l’obbligo di vaccinazione, anzichè l’uso del green pass? O forse qualcuno pensava che questo sarebbe stato accettato con minori proteste dell’obbligo vaccinale da parte dei cittadini?

Ma «niente di nuovo sotto il sole». Per come si sta comportando dal momento in cui è entrato a far parte dell’allegra brigata che sostiene il governo Draghi, Salvini ce la sta mettendo davvero tutta per dar ragione a Letta che lo ha tacciato di non essere «credibile».

Per carità Enrico – per la profondità di pensiero espressa per delegittimare la Destra italiana a suo dire «la peggiore d’Europa», l’accanimento sul ddl Zan (sepolto da un migliaio di emendamenti e liste di proscrizione dem per i noZan), lo ‘ius soli’, ‘il voto ai 16enni’, la voglia di alleanza strategica con i grillini – in quanto ad attendibilità non è che brilli più di tanto.

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Il problema, però, è che Matteo – mentre Letta non tocca gli amici – si sta dimostrando inaffidabile, soprattutto con gli alleati e, in particolare con la Meloni di cui, anche se non lo dice, teme l’ascesa. Ha cominciato mettendo lungamente in discussione la candidatura dell’europarlamentare di FdI, Fitto a governatore della Puglia; ha continuato, rifiutandosi di lasciare la presidenza del Copasir, finché non è stato costretto a farlo per un problema interno alla maggioranza, ma i suoi rappresentanti, non hanno partecipato all’elezione del presidente, Urso.

No alla riconferma di Rossi, FdI scalzata in poco tempo da un’altra poltrona

Poi ha detto «no» alla riconferma di Rossi nel cda Rai, e così FdI è stata scalzata in poco tempo – non dagli avversari, bensì dai suoi alleati – da un’altra poltrona. Il che rischia di mettere in discussione la compattezza della coalizione, condizionare le amministrative di autunno, far perdere al centrodestra l’ennesima occasione di tornare al governo e – magari, perché no? – strappare il Quirinale alla sinistra.

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Eppure, di fronte alla più che legittima protesta della Meloni «perché gli accordi non sono stati rispettati» e alla sua richiesta di chiarimento e di riequilibrio con l’attribuzione ai patrioti della Vigilanza Rai, Salvini ha risposto con un laconico ed insignificante «mi rifiuto di pensare che una poltrona in Rai valga il centrodestra e il cambiamento anche perché il pluralismo (parola nella politica italiana quasi sconosciuta, ndr ) sarà garantito (da chi?), con o senza posti in consiglio di amministrazione».

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In politica, «del diman non v’è certezza»

E poiché FI non ha alcuna intenzione di lasciare la guida della Vigilanza Rai, FdI dovrà accontentarsi della promessa degli alleati di favorirli nelle prossime nomine. Insomma, ciò che gli spetta per diritto e prassi, potrà, forse, averlo per gentile concessione. Come del resto succede ai cittadini: i servizi che sono diritti vengono elargiti come fossero elemosine dell’amico politico. Al momento non gli resta che fidarsi. È vero «promettere certo e mancare sicuro» è, da sempre, una delle peculiarità di certi politici e in politica, «del diman non v’è certezza». Quindi…

Gli alti e bassi del governo Draghi

Basta tener conto degli alti e bassi del governo Draghi per averne contezza. Nato – con grandi aspettative grazie all’autorevolezza internazionale del premier – per accelerare la realizzazione di riforme, attese almeno da trent’anni: Giustizia (dopo l’intesa in Cdm, i grillini hanno presentato emendamenti a valanga, mettendone in forse l’approvazione) fisco, lavoro, concorrenza, ammortizzatori sociali, ecc., per poter usufruire delle risorse Ue per la ripresa post covid.

Ma per portare a casa qualche risultato, Draghi – che sente tutti, ma non ascolta nessuno – deve andare avanti da solo. Perché quando deve aspettare la grande ammucchiata che lo sostiene, vedi il caso delle riforme, la nave si ferma, imbarca acqua e rischia di affondare, trascinandosi dietro le speranze del Paese. Sicchè, nonostante la maggioranza bulgara, è costretto – come ha già annunciato di voler fare in vista del voto per la riforma della Giustizia – a ricorrere alla fiducia.

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