Sport e covid, la reazione della comunità sportiva internazionale

Lo sport è un fenomeno globale e dunque, urge porsi una domanda: come ha reagito la governance sportiva internazionale?

Con l’avvento del covid, la vita delle persone è cambiata tanto, forse troppo. In questi 2 anni di anni di pandemia, si è assistito alla chiusura di attività commerciali, servizi, scuole, università, perdite di posti di lavoro, restrizioni (legittime, ma comunque dolorose) di libertà costituzionali.

Ma c’è una cosa di cui non si parla mai abbastanza: lo sport. Lo sport, è una componente fondamentale dell’esistenza umana, la cui compressione ha pregiudicato notevolmente la qualità della vita e la psiche delle persone. Lo sport è un fenomeno globale e dunque, urge porsi una domanda: come ha reagito la governance sportiva internazionale?

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Nell’ambito internazionale, importante è stata l’organizzazione del campionato europeo di calcio, da parte dell’Uefa (unione delle federazioni calcistiche europee). Campionato che per colpa della pandemia, è stato posticipato di un anno e che ha avuto la caratteristica (bella, ma rischiosa) di essere itinerante (11 paesi ospitanti) con stadi aperti al pubblico (anche se ad ingressi contingentati).

Sport e Covid, l’Uefa e l’organizzazione di Euro 2020

Alla domanda posta dall’opinione pubblica, su quanto fosse sicuro per i tifosi, andare agli stadi a Euro 2020; la risposta della massima organizzazione calcistica europea, è stata netta e chiara: «l’Uefa ha approntato una serie di misure di contenimento, ma le responsabilità circa il rispetto delle medesime, non gravano esclusivamente su di essa, ma sono condivise, con le autorità locali».

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Per quanto riguarda i calciatori, i loro ritiri sono stati trasformati in vere e proprie ‘bolle’, da cui sono usciti, solo per le dispute delle partite, prendendo voli charter, con procedure di imbarco speciali al fine di ridurre i contatti con i tifosi.

A ciò, si sono aggiunti gli strumenti della vaccinazione (non obbligatorio, ma fortemente consigliato) e dei tamponi per giocatori e staff, ogni 4 giorni; per quanto riguarda gli spettatori recatisi negli stadi, a costoro è stato chiesto di accettare un codice di condotta (mascherine, distanziamento, igienizzazione, ecc), circa le misure igieniche e sanitarie da attuare nello stadio.

Alla fine, la parte finale del torneo è stata svolta a Wembley, nonostante l’aumento dei contagi, nel territorio britannico (senza limiti d’ingresso). Il rischio assunto dall’Uefa, non è stato, invece intrapreso dagli organizzatori delle olimpiadi di Tokyo, i quali pur avendo istituito una bolla sanitaria, all’interno del villaggio olimpico (dove già si contano, più di 60 contagiati) con controlli regolari, dispostivi sanitari, quarantene, hanno deciso che non ci saranno spettatori sugli spalti, a causa dell’emergenza covid in Giappone.

È di queste ultime ore, la notizia secondo la quale Toyota (nota azienda automobilistica giapponese). avrebbe deciso di ritirare il suo nome dagli spot presenti nelle olimpiadi in quanto (per ovvie ragioni) non vuole associare il proprio nome ad una competizione che si preannuncia (per via del territorio in cui si pone), pericolosa.

Era necessario svolgerla, o si poteva anche posticipare di qualche mese, a seconda del quadro epidemiologico? A questa domanda, non ci sarà mai risposta, perché il 23 luglio ci sarà la cerimonia inaugurale con non più di mille persone.

Oltretutto, i vincitori dovranno anche premiarsi da soli (ciò al fine di evitare i contatti). Che parole trovare, per quelle che si preannunciano essere, le olimpiadi della tristezza? Buona fortuna e che vinca il migliore.

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