L’Ungheria dopo il «no» al comunismo, dice «no» alla sovietizzazione dell’Ue

Lo scorso 23 ottobre l’Ungheria celebrava la data dell’inizio della rivolta contro i sovietici, diventata giorno della festa nazionale, e il suo primo ministro, Viktor Orban, non ha avuto alcuna remora a rilanciare la sua accusa: «L’Unione europea – ha dichiarato – è ormai sulla via della completa sovietizzazione».

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L’accusa suona come un nuovo, consapevole e meditato insulto, proprio perché arriva da questa Ungheria, che ancora oggi, si oppone a tutte le cattive spire della mondializzazione, nello stesso modo con cui si rivoltò contro il comunismo.

Nel 1956 gli studenti furono i primi a scendere in strada

Nel 1956, l’Ungheria era una repubblica popolare, un modo eufemistico per dire che viveva sotto la sfera d’influenza del regime sovietico, poco aduso questo, alla democrazia. Dal 23 ottobre al 10 novembre, con una sanguinosa e partecipata insurrezione, Budapest volle cacciare i sovietici e mettere fine al loro regime dittatoriale. Gli studenti furono i primi a scendere in strada e vennero rapidamente raggiunti da una folla di cittadini assetati di libertà.

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L’insurrezione scoppiò in tutte le città di un Paese che, nella sua coraggiosa lotta vedeva schierarsi al suo fianco tutto il mondo libero, desideroso di dare il colpo di grazia all’oppressione sovietica. Ma mentre la rivoluzione sembrava sul punto di trionfare, le truppe sovietiche invasero l’Ungheria, riprendendo con i carri armati la capitale Budapest e soffocando, per i seguenti trenta anni, ogni tentativo di opposizione. Da allora, il 23 ottobre è diventato giorno della festa nazionale ungherese.

E proprio in occasione della festa nazionale, Orban ha scelto di attaccare l’Unione europea in maniera assolutamente netta, raccomandando ai popoli, che amano la loro libertà, di salvare l’Europa dalla sovietizzazione in atto, specialmente nei suoi centri decisionali, istituzioni e organismi che vogliono spiegare ai popoli europei come dovrebbero vivere nei loro stessi Paesi.

L’uomo che ha fatto edificare un muro per evitare l’invasione dei migranti, ha ricordato la sua opposizione netta alle politiche di accoglienza messe in atto sul continente europeo, accusando la Commissione esecutiva di aver scelto, con l’accoglienza senza limiti, il modello meno costoso, il più ignavo, il più ‘confortevole’, preferendo alla fine, i migranti ai suoi stessi figli, la speculazione al lavoro.

Agli oppositori che hanno approfittato dell’occasione per alzare i toni, il primo ministro ungherese ha ricordato semplicemente quegli episodi, che avevano portato l’Ungheria alla libertà.

Orban: «non possiamo permettere che l’Europa rinneghi le radici che l’hanno fondata»

Definendo gli ungheresi come figli della rivolta del ’56 (…quella che un editorialista italiano dell’Unità, organo del PCI, salutava allora come la vittoria della libertà, titolando il suo editoriale in prima pagina a caratteri cubitali «i carri armati sovietici riportano la libertà a Budapest»…) «non possiamo permettere, – ha detto Orban – che l’Europa rinneghi le radici che l’hanno fondata, e che ci hanno permesso di resistere alla repressione sovietica», ribadendo di seguito «che non ci può essere Europa libera senza gli Stati sovrani e senza i secoli di saggezza che ci ha donato il cristianesimo».

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Oggi, senza più ombra di dubbio, Viktor Orban si conferma il principale oppositore dell’Europa di Bruxelles e, nell’occasione del suo discorso ufficiale, ha voluto sollecitare tutti gli europei, spingendoli, certo in circostanze differenti, a ri-catturare lo stesso spirito che aveva animato gli ungheresi nell’insurrezione del ’56, raccomandando di lottare contro ogni forma di imposizione esterna ed ogni tentativo di cancellazione degli Stati sovrani e delle piccole patrie.

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