Esplode l’estate e l’hotspot di Lampedusa. L’Unione europea capace solo di annacquare il vino

Esplode l’estate e 2.128 clandestini, in maggioranza di sesso maschile, sono sbarcati a Lampedusa nelle ultime 24 ore a bordo di una ventina di imbarcazioni. Tutti originari dalla Tunisia, dove guerra non ce n’è, dall’Africa centrale e dal Bangladesh, paesi certamente in sofferenza economica.

Le autorità italiane hanno registrato più di 12.000 arrivi dall’inizio dell’anno, cifra che evidentemente non tiene conto degli sbarchi non ufficiali, e tutto questo proprio nel momento in cui il Paese, sfinito economicamente, sanitariamente e socialmente, stava pensando a una lenta ma progressiva levata delle restrizioni causate principalmente dalla pandemia.

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Il piccolo hotspot di contrada Imbriacola, nei pressi di Agrigento, studiato per ospitare in maniera temporanea un massimo di 200 persone è arrivato al collasso completo. In queste ultime ore gli arrivi sono complicati dalla difficoltà di reperire test anti Covid sufficienti, dall’urgenza di approntare navi quarantena prima di procedere al trasferimento dei nuovi arrivati sul continente.

L’Italia, che subisce da oltre un anno e mezzo restrizioni drastiche delle libertà individuali ed è arrivata a contare oltre un milione di nuovi poveri, a fronte degli slogan europei di solidarietà, tutti per uno e dei volemose bene, e nella drammatica previsione di dover affrontare una futura impressionante ondata migratoria, come da copione si trova abbandonata dai partner europei.

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La prova comprovata di un’Unione europea capace solo di annacquare il vino, di definire una taglia standard per le zucchine ma impotente di fronte alle crisi e inutile nel campo della solidarietà continentale, come chiaramente dimostrato dalla vicenda della distribuzione dei vaccini anti Covid.

L’unica soluzione che il primo ministro Draghi crede di aver individuato rimane la riesumazione degli accordi di Malta del 2019, firmati da Malta, Italia, Finlandia, Germania e Francia che prevedevano la ridistribuzione dei clandestini nei Paesi che avrebbero accettato di accoglierli, sempre aspettando una riforma profonda degli accordi di Dublino che sono invece rimasti lettera morta.

Oggi sarebbe necessario un sussulto di orgoglio che possa consentire all’Italia, pur con le cifre, le dimensioni ed i problemi conseguenti, non di rinnegare eventuali accordi che poi rimane l’unica ad onorare, ma a fare come Spagna, Francia e Grecia in campo migratorio: senza aspettare che l’Unione decida di intervenire, da sole difendono i loro territori, cosa che, del resto, rientra nell’esercizio della loro piena sovranità nazionale.

Il collasso migratorio, dimostrato da Paesi che prima dell’Italia si sono confrontati con il problema, comporta una sequela di violenze, di crisi identitarie, di fratture tra la stessa popolazione autoctona che, dare per scontato, come fanno le autorità italiane, che l’Europa possa far giocare la carta della solidarietà tra tra gli Stati sarebbe ingenuo e pusillanime.

Del resto, la disgraziata gestione della crisi pandemica e della vicenda dei vaccini, tra le altre, lo ha dimostrato chiaramente.

Gli avvenimenti della scorsa settimana obbligherebbero i dirigenti italiani a prendere misure drastiche per far fronte all’invasione ormai incontrollabile. Siamo ritornati alla situazione del 2015 con in più l’aggravante della pandemia ancora in corso e di una crisi economica che obbliga a scelte coraggiose, nella previsione delle ondate massicce di migranti già annunciate da Frontex che saranno favorite dall’allegerimento delle restrizioni anti-Covid operanti tra poco in Italia.

Vorremmo sbagliarci, ma la crisi migratoria che si profila, ben lungi dal dimostrare una volta per tutte la validità del progetto europeo, della tanto strombazzata area di benessere, di sviluppo e di solidarietà tra gli Stati membri, dimostrerà gli egoismi di popoli forzati a stare insieme solo per interessi economici e chiarirà definitivamente la mancanza di credibilità di questa Unione europea, riportando nell’alveo della sovranità propria degli Stati la responsabilità di provvedere ai bisogni ed alle esigenze dei rispettivi popoli.

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