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Adesso si apre una nuova fase per il governo Draghi e la sua maggioranza tra nuove tensioni e crisi

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Non è sbagliato dire che sono stati i tre giorni, i primi, più duri del governo e della maggioranza. Che in tanti nella maggioranza hanno tirato un sospiro di sollievo al termine di queste lunghe 72 ore, anche se c’è la consapevolezza che quanto accaduto in questi giorni lascerà strascichi.

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Per carità, in nessun momento è stato in discussione il futuro dell’Esecutivo, che anzi si conferma più solido che mai. Ma proprio la sua solidità, il fatto che non esistono alternative a questo scenario, se non le elezioni (che nessuno nella maggioranza vuole), amplifica le tensioni. Un po’ come gli edifici antisismici che per evitare di crollare sono concepiti in modo da oscillare quanto più possibile, proprio perché altrimenti crollerebbero al primo violento terremoto.

Come detto, però, sono in molti convinti che questi giorni difficili non possano scivolare senza lasciare segni. È convinzione un po’ in molti che per il governo Draghi si sia chiusa una prima fase e che adesso se ne apra una nuova. Non è un mistero che il via libera al Recovery Plan fosse tra le principali cose da fare di questo Esecutivo, insieme chiaramente alla lotta alla pandemia.

Il governo Conte è caduto, non a caso, proprio sul Recovery Plan e quando l’ex avvocato del popolo ritenne, e soprattutto pretese, di poter gestire gli oltre 200 miliardi da solo affiancato da una cabina di regia che però lui avrebbe nominato. L’arrivo di Draghi, quindi, si immise in questo scenario. Con il via libera di martedì notte al Senato, quindi, la prima importante missione è stata compiuta, anche se ora se ne apre un’altra altrettanto delicata che è quella delle riforme. Saranno queste, infatti, il mezzo grazie al quale l’Italia potrà accedere ai 209 miliardi messi a disposizione dall’Unione europea.

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E che non si tratti di una missione semplice lo sa lo stesso Draghi, il quale non a caso nel PNRR, cioè il Recovery Plan, alla voce riforme ha lasciato lo spazio in bianco. E infatti, sia al Senato e sia alla Camera Fratelli d’Italia questo lo ha rinfacciato al premier, il quale però su questo punto ha scelto la strategia dei piccoli passi, perché Draghi sa benissimo che le riforme vanno contrattate e concordate direttamente con i vari partiti che sostengono il governo. Pratica che non sarà semplice, perché se le forze politiche in questa prima occasione hanno preferito mantenere un basso profilo e votare a scatola chiusa il Piano, al momento delle riforme mostreranno ben altra determinazione.

Ecco perché si può dire che da ieri si apre una nuova fase, in cui i partiti cercheranno di recuperare il terreno concesso finora a Draghi e tenteranno di mantenere le proprie posizioni. Un’avvisaglia in questo senso, ad esempio, è il no di Salvini all’ipotesi di stop a Quota 100. Si prevedono, quindi, momenti non meno tesi di quelli appena vissuti con un Draghi che già nel corso del suo intervento in Aula ha messo in guardia tutti, e cioè che non sono ammessi fallimenti pena il mancato accesso ai fondi europei e da qui il default dell’Italia.

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Ma questi tre giorni rappresentano uno spartiacque anche per i rapporti all’interno della maggioranza di governo e del centrodestra, sempre più diviso tra quello di governo e quello di opposizione. Partendo da quest’ultimo è ormai sempre più evidente la divaricazione tra Lega-Fi, appunto il centrodestra di governo come ormai piace a questi di essere chiamati, e Fratelli d’Italia. Anche se tutti smentiscono le divisioni il passaggio alla Camera sull’odg sul coprifuoco e la mozione di sfiducia di ieri ha approfondito le differenze. È vero FdI ha perso sia alla Camera sull’odg e al Senato sulla mozione di sfiducia, ma è riuscito ad evidenziare le contraddizioni nella maggioranza di governo e mettendo in difficoltà sia la Lega e sia Fi.

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Quando Matteo Salvini dice che le mozioni e gli ordini del giorno non servono a nulla e poi rilancia la commissione d’inchiesta sul Covid, conferma la volontà di rispondere colpo su colpo a Fratelli d’Italia. E questo anche a costo della coerenza. Infatti, come non vedere come incoerenza il fatto che si voti contro la mozione di sfiducia al ministro Speranza, e poi un attimo dopo si depositi insieme agli altri alleati di centrodestra al governo un disegno di legge per istituire una Commissione d’inchiesta sul Covid.

Così come alla Camera si sottoscriva un ordine del giorno sulla revisione del coprifuoco per metà maggio, sulla base dei dati epidemiologici, e poi sull’odg di FdI per abolire il coprifuoco ci si astenga. È evidente che queste 72 ore rafforzano in Salvini e in tutta la Lega la necessità di non farsi mettere nell’angolo dagli uomini della Meloni e continuare a mantenere quella libertà di azione. Un gioco non semplice e sul filo, che se non rischia di portare a una riedizione del Papeete, può esporre agli attacchi degli altri alleati di governo come Pd e M5S.

E infatti questi tre giorni serviranno a registrare anche le relazioni all’interno della stessa maggioranza di governo, compattando da un lato l’ala sinistra Leu-Pd-M5S contro Lega-FI-Iv, con il risultato di aumentare le fibrillazioni e le polemiche. Come detto però che tutto ciò possa portare alle elezioni è abbastanza improbabile. Almeno fino all’elezione del presidente della Repubblica non dovrebbe accadere nulla, perché come nella migliore trama di un romanzo giallo nessuno dei commensali ha interesse a commettere il delitto. Tutti, chi più e chi meno, temono lo scenario elettorale.

Da oggi, quindi nulla perciò sarà come prima, però con un’unica certezza: quella del non voto e di una sempre maggiore conflittualità nel e fuori dal governo.

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