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Prima crisi di maggioranza. La Lega non vota il decreto, l’irritazione di Draghi: le misure sono quelle decise dalla cabina di regia

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Se non è la prima crisi di governo è senza dubbio la prima di maggioranza. E in fin dei conti con i numeri che si ritrova è difficile che questo governo possa cadere vittima di una normale crisi parlamentare. Detto questo certamente siamo dinanzi al primo vero terremoto che ha sconquassato la maggioranza, prodotto dalla decisione della Lega di astenersi sul nuovo dl Covid, quello che introdurrà dal 26 aprile le nuove misure di contenimento della pandemia.

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Il primo strappo della maggioranza di solidarietà nazionale porta la firma della Lega, che ha deciso sulla proroga delle chiusure per i locali al chiuso e sul coprifuoco, che rimarrà alle ore 22, di fare il gran rifiuto di votarlo, astenendosi nel corso del Consiglio dei ministri. Vai poi sapere cosa accadrà quando il provvedimento sarà all’esame del Parlamento. Quello che è certo è che per il momento la Lega prende le distanze perché, come ha spiegato subito Matteo Salvini: «Non potevamo votare un decreto che continua a imporre chiusure, coprifuoco, limitazioni».

Una scelta che però non è piaciuta a Mario Draghi che, raccontano le fonti di Palazzo Chigi, si è mostrato particolarmente irritato dalla scelta leghista. E non a torto. Infatti, il premier ha ricordato che le misure decisa dal decreto altro non erano che quelle stabilite nel corso dell’ultima cabina di regia della scorsa settimana, poi ufficializzate in una conferenza stampa. Ed allora nessuno, nemmeno la stessa Lega, aveva sollevato perplessità sulle misure decise, compreso lo stesso coprifuoco.

Insomma, l’Italia torna in giallo (probabilmente subito 11 regioni), ci si potrà spostare con un ‘green pass’ tra le varie Regioni; all’aperto torneranno disponibili ristoranti e bar sia a pranzo e sia a cena; riapriranno, nelle zone gialle ma con limitazioni di posti cinema, teatri e musei. Invece per i locali al chiuso bisognerà aspettare a giugno e soltanto a pranzo.

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Ciononostante, la Lega ha deciso di strappare, individuando proprio nel coprifuoco la motivazione principale per prendere le distanze dal decreto. In effetti, da giorni avevamo indicato nel coprifuoco la nuova frontiera lungo la quale i due schieramenti si sarebbero confrontati e dati battaglia. E così è stato.

Rimane però l’interrogativo del perché se tutto era stato deciso Salvini soltanto adesso abbia deciso di strappare? In realtà, le ragioni sono diverse. In primo luogo le pressioni di quei mondi economici e professionali, in particolare del Nord, che avevano chiesto, voluto ed ottenuto che la Lega andasse al governo con Draghi e questo per tutelare i loro interessi. In particolare, soprattutto con l’arrivo della montagna di miliardi del Recovery Fund. Senza dimenticare i governatori e gli amministratori locali che non hanno mai perdonato a Salvini lo scisma del Papeete.

Tutti uniti dalla speranza che una volta tornato al governo Salvini riuscisse ad invertire la rotta segnando una decisa cesura con il passato Esecutivo giallorosso. Cosa che però a due mesi di distanza dalla nascita del nuovo governo non è accaduta. Anzi non si contano le battaglie in cui Salvini ne è uscito malconcio.

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Ecco che allora la questione delle riaperture e lo stesso coprifuoco sono diventati il punto di non ritorno, considerando anche il peso e i riflessi che questi hanno sul piano della stessa ripresa economica. E non a caso subito dopo il voto nel CdM la Lega ha fatto sapere che la «nostra astensione in Cdm è la voce di tutte quelle imprese e attività che vogliono solamente tornare a lavorare al più presto».

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Come se non bastasse a queste ragioni interne si è unita quella esterna e cioè Fratelli d’Italia, ormai distante soltanto poco più di tre punti percentuali e che sta dimostrando dallo scoppio della pandemia di sapersi meglio adattare e soprattutto rispondere alle esigenze di una società e di un contesto economico profondamente cambiato.

Da qui la decisione di Salvini, il quale però ha poi voluto subito chiarire che la presa di distanze non era un segno di sfiducia nei confronti di Draghi, nei cui confronti la fiducia rimane intatta ma piuttosto che «noi lavoriamo al prossimo decreto che entro metà maggio – se i dati continueranno a essere positivi – dovrà consentire il ritorno alla vita e al lavoro per milioni di italiani».

Insomma, la partita si sposta più in là a quella metà di maggio che secondo la Lega dovrebbe consentire l’avvio di un serio cambio di passo ed il superamento delle restrizioni. Per il momento c’è lo scontro, feroce soprattutto con Pd e M5S che non hanno perso occasione per attaccare i leghisti e mettere in un angolo Salvini. Dal Nazareno si parla senza troppi giri di parole di «mancanza di serietà» e «di responsabilità nei confronti del governo e del Paese».

Sulla stessa lunghezza d’onda il M5S che rileva come «oggi è stata messa in discussione l’unità delle nostre decisioni. In un momento come quello che stiamo vivendo, l’interesse per il Paese viene prima di quello di partito. Purtroppo, dalla Lega è un film già visto, che non ha pagato».

Defilato l’alleato di centrodestra al governo, Forza Italia, che invece si dice «soddisfatto» per «riaperture intelligenti e in sicurezza» anche se non nasconde che il decreto «si può migliorare». E Fratelli d’Italia? Giorgia Meloni va all’attacco del coprifuoco alle 22, parlando di una «scelta folle», della «ennesima mazzata» che «rischia di distruggere definitivamente il tessuto economico nazionale» ed annuncia «iniziative contro questa misura irragionevole e inutilmente punitiva».

Intanto, per oggi la maggioranza è attesa dalla prova del Def e dello scostamento di bilancio anche se non dovrebbero esserci problemi di numeri. Mentre mercoledì 28 in Senato c’è la mozione di sfiducia al ministro della Salute Speranza. La Lega ha già fatto sapere di non voler mettere in difficoltà il governo e quindi non voterà la sfiducia, ma c’è da giurarci che le fibrillazioni non sono terminate e anzi in prossimità della metà di maggio aumenteranno sensibilmente.

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