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Draghi inizia in salita. Il M5S chiede un governo politico mentre FdI è pronta a votare contro

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Da una nottata a un’altra. Da quella di Giuseppe Conte, che è terminata come tutti sappiamo e cioè con l’uscita di scena del premier professore, a un’altra quella di Mario Draghi che ieri è iniziata ufficialmente con l’incarico accettato nelle mani di Mattarella. Ma con riserva.

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E dire che l’incarico dato a Draghi sembrava una mattina piuttosto che una nottata visto l’imprimatur giunto dal Colle a questo governo. Di «alto profilo» e «che non debba identificarsi con alcuna formula politica» al quale sembrava che nessuno dovesse opporre resistenza. Anzi accettarlo perché, come ha spiegato il Capo dello Stato nel suo appello di 7 minuti alle forze politiche, non si può andare a votare perché c’è il Recovery Plan da presentare, la campagna di vaccinazione da portare avanti, e infine la pandemia che bussa violentemente alle nostre porte tanto da non consentire di svolgere una serena campagna elettorale, pena l’aumento incontrollato dei contagi come accaduto in altri Paesi in cui si è votato.

Quindi nulla faceva presagire che il cammino di Mario Draghi sarebbe stato accidentato. E invece dalle prime avvisaglie la strada sembra essere in salita, appunto una sorta di nottata che dovrà passare anche per l’ex presidente della Bce. In breve, Draghi si dovrà conquistare la fiducia del Parlamento e non sarà un compito agevole viste le posizioni che vanno assumendo le varie forze politiche.

Per il momento soltanto il Pd ha risposto in maniera favorevole e anzi Dario Franceschini in un’intervista ad Huffington Post ha rilanciato l’unità della coalizione che finora ha sostenuto il governo a Conte bis. Appello raccolto con una riunione serale dei vari rappresentanti.

Mario Draghi
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Ma è nel M5S che la tensione è palpabile. La rabbia per aver visto sfumare il Conte ter, di cui si accusa senza mezzi termini e con toni perentori Matteo Renzi, ancora deve essere smaltita. Un intero pomeriggio di riunione dei gruppi parlamentari ha fatto emergere una posizione maggioritaria, che seguendo le parole di Luigi Di Maio porta soltanto a un governo politico e non tecnico: «Le regole della democrazia sono molto chiare. La volontà popolare è rappresentata dalle forze presenti in Parlamento il cui mandato, ricevuto dagli elettori, non è stato quello di un governo tecnico ma, lo ribadisco, è stato quello di proporre un governo politico al Paese che rispondesse alle esigenze degli italiani».

Il che va letto come una disponibilità ad appoggiare il governo Draghi ma purchè questo abbia una chiara connotazione politica. Insomma, passi per l’alto profilo ma il M5S non sosterrà mai un governo formato soltanto da esponenti tecnici. Una sorta di corto circuito visto che quanto deciso va in contrasto con il mandato concesso da Mattarella a Draghi. E la situazione si ingarbuglia ancora di più quando nel pomeriggio inizia a circolare la voce, rilanciata dall’agenzia Dire, di un ingresso nel governo di Conte o come ministro degli Esteri o come vicepremier. Ipotesi poi smentita categoricamente, ma tanto basta per alimentare la confusione e soprattutto per mettere in decisa salita il convoglio Draghi.

Luigi Di Maio

E questo anche perché con numeri alla mano senza il M5S e soltanto con il Pd, il Misto e gli ormai famosi responsabili l’ex governatore della Bce sarebbe lontano dalla maggioranza assoluta sia alla Camera e sia in Senato. 171 voti a Montecitorio (Pd+Italia Viva+Misto) con uno scarto di 143 voti per la maggioranza assoluta; mentre a Palazzo Madama sarebbero 88 i voti a sostegno (Pd+Maie+Italia Viva+Autonomie+ Misto senza Leu) lontani di 73 dalla maggioranza assoluta.

Ecco perché la posizione Cinquestelle rischia di intorbidire le acque e di allungare sinistre ombre sul tentativo di Draghi, alimentando il sospetto che tutto ciò risponda a una precisa strategia che va ben oltre il semplice fallimento del tentativo dell’ex presidente della Bce. C’è, infatti, chi ritiene che tutto questo sia finalizzato a rimettere Conte in pista, nella convinzione, chiaramente ai limiti dell’assurdo, che eliminato Draghi il Capo dello Stato recuperi l’esperienza del Conte bis visto anche che non è mai stato sfiduciato in Parlamento.

Fantascienza? Non tanto, perché basterebbe andare indietro con la memoria alla nascita del governo giallo verde per rendersi conto che accade una cosa simile. Dinanzi al fallimento di qualsiasi accordo Mattarella allora lanciò in campo Carlo Cottarelli, il quale iniziò anche il giro delle consultazioni per poi fermarsi bruscamente dinanzi alla richiesta di grillini e leghisti che annunciavano l’accordo di governo. Che si possa ripete lo stesso? Molto difficile, ai limiti del paranormale considerando, con tutto il rispetto per Cottarelli, che la caratura di Draghi è ben altra e soprattutto che questo Esecutivo è stato annunciato dal presidente della Repubblica come l’estrema ratio. Quindi, dinanzi al fallimento di Draghi ci sarebbero soltanto le urne.

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Sergio Mattarelle e Giuseppe Conte

Senza contare le ripercussioni a livello internazionale in termini di credibilità e di affidabilità che potrebbero avere riflessi sia sullo spread e sia sui mercati. E questo al netto del rischio di veder sfumare le risorse del Recovery Fund. Ma tant’è la situazione rimane molto delicata, al punto che qualcuno avanza anche un altro scenario e cioè di un governo Draghi in carica fino ad aprile per approvare il Recovery e portare avanti il piano vaccinale, per poi sciogliere le Camere prima che scatti il semestre bianco andando al voto dopo l’estate.

E in questo senso sempre ieri era circolata la notizia di un Casalino che avrebbe chiamato gli esponenti grillini per rassicurarli su una candidatura. Anche questa voce, peraltro, è stata subito seccamente smentita. Fatto sta che comunque lo scenario sarebbe plausibile anche perché una lista Conte e l’ex premier candidato per il centrosinistra avrebbero un senso nel caso si andasse a votare a breve, mentre tra un anno è molto probabile che questa ipotesi sarebbe ormai fuori tempo massimo.

Per questo molti guardano a Conte nella consapevolezza che soltanto lui potrebbe far pendere il futuro del governo Draghi sul piatto giusto della bilancia. E’ evidente che un suo endorsement nella giornata di oggi al tentativo dell’ex presidente della Bce avrebbe il potere di compattare tutto il M5S non più su posizioni critiche e liberare la strada di Draghi, almeno sul lato sinistro perché per quanto riguarda il centrodestra la situazione rimane complicata.

Il centrodestra al Quirinale

Il lungo vertice del centrodestra ieri è servito ad evitare fughe in avanti, ma ha certificato la distanza tra gli alleati. Forza Italia è sempre più spaccata tra chi vorrebbe aderire all’appello di Mattarella per sostenere Draghi e chi invece, almeno per il momento, vorrebbe tenersi fuori. Ma è nella Lega che il travaglio è più forte. Matteo Salvini è sotto la pressione dell’ala governista che fa capo ai governatori di Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, che insieme al ceto produttivo del Nord vorrebbero subito dare il sostegno al governo. Dall’altro però l’ex ministro dell’Interno tentenna preoccupato di lasciare scoperto il fianco destro della coalizione dove Giorgia Meloni ha già detto che voterà contro e si terrà fuori dal governo.

Anzi la leader di Fratelli d’Italia ha indicato una linea volta a salvaguardare la compattezza della coalizione: «Ho proposto una astensione se lo fa tutto il centrodestra: faccio mezzo passo se il resto del centrodestra fa mezzo passo verso di me». Tutti astenuti o altrimenti FdI vota no alla fiducia al governo Draghi, perché come chiarisce la Meloni «se la data delle elezioni è certa allora si può parlare di tutto, ma escludo che Draghi si metta a disposizione per tre mesi. Forse non è la persona da chiamare per questo genere di ragionamento io non parlo di niente che non sia elezioni. Disponibili a lavorare su tutto purché si vada a votare».

Probabilmente alcuni nodi inizieranno a sciogliersi già oggi quando inizieranno ufficialmente le consultazioni di Draghi alla Camera dei deputati. Si capirà quale taglio e orientamento vorrà dare al governo e se ci saranno aperture politiche come fece Azeglio Ciampi con il suo governo nel 1993. Quello però che è certo è che la situazione rimane comunque difficile a conferma della stranezza di questa legislatura e della sua più totale ingovernabilità. Insomma, il colpo di scena potrebbe essere dietro l’angolo.

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