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Crisi, dalle Stelle a Mastella. «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia»

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La farsa è cominciata ma non è finita. Il duello tra Renzi e Conte, “la disfida di Burletta” l’ha definita il senatore Del Mas, si è concluso senza un vero vincitore anche se entrambi si attribuiscono la vittoria.

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Il presidente del Consiglio, uscito azzoppato ma non atterrato dal voto di fiducia, pensa che i 156 voti ottenuti al Senato possano a breve aumentare fino a superare la fatidica soglia dei 161 che gli garantirebbe la maggioranza assoluta come alla Camera dei deputati. Probabilmente i suoi calcoli si reggono su di una presunta polizza assicurativa sulla vita garantita dalla pandemia e dalla paura di andare a votare. C’è del vero in un ragionamento del genere, ma dei piccoli particolari potrebbero riuscirgli fatali.

Un eventuale partito del premier, cui stanno lavorando alacremente i suoi amici, anche per sostituire la quarta gamba governativa dopo la fuoruscita di Italia Viva, aggredirebbe inevitabilmente il bacino elettorale del Pd e, a cominciare da Zingaretti, sono in tanti a non dormire sonni tranquilli. Prima o poi si potrà trovare un altro inquilino per Palazzo Chigi senza grilli per la testa e capace di scongiurare notti insonni.

Renzi da parte sua pensa di avere fatto bene a scegliere la strada dell’astensione. Dopo avere scatenato la guerra ha fatto una figura barbina, ma tornando sui suoi passi crede ancora di riuscire a mantenere il suo potere di ricatto. I numeri sono ancora dalla sua parte e li ritiene indispensabili per le sorti del governo, soprattutto in passaggi delicati come quello sulla prossima riforma della giustizia.

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Inoltre, l’astensione gli ha permesso di non perdere parlamentari, se si esclude il senatore Cerno ritornato ai vecchi lidi del Pd. Gli rimane comunque la speranza di un rientro in un prossimo governo, magari di unità nazionale o di salute pubblica, che non sia più a guida Conte.

Il premier, intanto, forte (si fa per dire) della conquistata maggioranza relativa, si affida alla saggezza di Andreotti: «meglio tirare a campare che tirare le cuoia».
In questa strategia la parte del Leone è toccata ai centristi. Variamente dislocati nelle diverse formazioni politiche, hanno avuto un autorevole portavoce in Mastella, simbolo del trasformismo italico della prima repubblica.

I 5 stelle, portatori sani del nuovo, hanno tirato un sospiro di sollievo, confidando nella capacità persuasiva mastelliana per mettere al sicuro le proprie preziose, incorruttibili, oneste terga. Guai a far finire il tonno delle scatolette parlamentari. Dalle stelle a Mastella il passo è breve.

Forza Italia è sotto assedio, dice di restare fermamente nel centrodestra, ma l’esca di Conte, che ha invocato un governo «con solida vocazione europeista», ha già fatto abboccare i primi due pesci: il senatore Andrea Causin e la senatrice Mariarosaria Rossi.

Pesci piccoli se si vuole, ma se il primo è un professionista della transumanza politica, che ha più volte cambiato disinvoltamente casacca, la seconda è stata sempre una “fedelissima” di Berlusconi fino ad essere soprannominata “la badante”. Senza contare che è stata pure amministratrice e legale rappresentante del partito abilitata a presentarne le liste elettorali.

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Qualche inevitabile sospetto sul cavaliere ci può stare, anche se l’interessato cade dal pero e fa la faccia sorpresa: «Non so cosa possono averle promesso». Il tempo ci dirà se è stata inviata in avanscoperta o se riscuoterà la promessa. Per ora è ufficialmente espulsa dal partito.

Conte nel suo discorso ha pure lanciato un’altra esca: l’approvazione di una legge elettorale proporzionale, lasciando intendere che potrebbe non prevedere un vincolo di coalizione e neppure una soglia di sbarramento. Musica per le orecchie centriste e per le frattaglie parlamentari altrimenti destinate all’estinzione. Un buon modo per sbarrare la strada alla coalizione di centrodestra qualora non riuscisse a superare la soglia del 50% dei consensi elettorali nelle prossime elezioni.

Il Presidente della Repubblica dicono sia insoddisfatto dell’esito del voto di fiducia che ha mostrato la preoccupante debolezza del governo. Vorrebbe uno sforzo ulteriore verso una maggioranza e un governo più stabili.

Per ora ci si deve accontentare di gente come Ciampolillo, ex 5 stelle (espulso per morosità nei versamenti al Movimento) a cui piacerebbe fare il ministro dell’agricoltura, giusto per salvare gli uliveti pugliesi dal flagello della xylella con la sua ricetta magica a base di sapone.

Ma trovare gente di così alto spessore politico e scientifico non basta. Ci vogliono i numeri, e lo stesso Conte, che ad essi antepone “la qualità del progetto politico”, si accontenterebbe di senatori senza qualità pur di raggiungere la maggioranza assoluta al Senato.

Il mercato delle vacche è aperto e gli argomenti di persuasione non mancano.
L’abolizione dei vitalizi non garantisce più un futuro ai parlamentari che, tornando a casa, dovrebbero trovarsi un lavoro che in tanti non hanno mai avuto. Il taglio di 230 deputati e 115 senatori procurerà una moria senza precedenti. Il calo di consensi del centrosinistra ne farà un’area terremotata piena di macerie. Si salveranno solo i leader. Ecco che tirare a campare diventa un imperativo categorico.

Ma servono giustificazioni nobili per digerire i contorsionismi trasformisti. Conte ha parlato di «ancoraggio ai valori costituzionali», di “una forte spinta ideale», delle «ragioni alte della politica».

Insomma, ha cercato di volare alto ben sapendo che per i parlamentari l’altezza giusta è quella delle loro poltrone. Anche l’interesse nazionale è stato tirato in ballo, sempre utile se coincide con quello personale.

Il presidente Mattarella aveva detto, nel suo discorso di capodanno, che servono “costruttori”. E già ve ne sono tanti all’opera tra volenterosi, responsabili e liberi muratori.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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