Covid-19, è arrivato il momento che si decida a rispettare le regole anche chi le scrive

E nel manicomio Italia, succedono davvero cose da pazzi. Con il quarto Dpcm, anch’esso in notturna, della seconda ondata di pandemia, Conte ha diviso il Paese per fasce di rischio: rossa “alto”, arancione “medio” e gialla “basso” ed istituito le macroregioni autonome (si fa per dire) colorvirusate. Ma il Covid-19 non c’entra. Il virus usato, infatti, è quello della politica e dei livori personali.

Da qui regioni l’una contro l’altra armata e tutte contro il governo. A loro dire, la classificazione sarebbe stata stilata sulla base di dati vecchi. De Luca, da parte sua, si è di nuovo vestito da Masaniello, protestando più di tutti, perché la Campania è stata agghindata di “giallo” e non di “rosso”. E offende tutti, sindaco compreso che, ovviamente risponde. Ma l’avvilente scambio di accuse fra i due sembra tanto un «parlare a suocera perché genero intenda» ovvero far capire a Conte che entrambi vogliono la zona rossa.

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Intanto in Puglia, un giudice apre le scuole e un altro le chiude. Lascia, però, perplessi il caso della Calabria inserita nell’area rossa, mentre per il governo tedesco – secondo un monitoraggio del Centro Studi Epidemiologico Kock su numero di contagiati ogni 100mila abitanti e tamponi effettuati – i calabresi sono i soli italiani autorizzati a entrare in Germania, senza alcun problema, mentre tutti gli altri, devono prima passare per tamponi e quarantene. Chi ha ragione: il governo teutonico o quello italiano che, per altro, con questa decisione ha bocciato se stessa, dal momento che la sanità calabrese è commisariata da palazzo Chigi da ben 11 anni.

Ciò, nonostante, mancano posti in terapia intensiva e manca di un piano di emergenza contro il Covid-19. Le tre aree, però, non sono blindate. Anzi, il ministro Speranza, in base all’evoluzione settimanale dei dati, potrà sempre cambiare la localizzazione delle regioni stesse. Cosa, per altro, che ha già promesso di voler fare.

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La verità, insomma, è che si tratta dell’ennesimo tentativo di Conte di scaricare, su regioni e ministro della Sanità – l’unico che, sembra non essersene accorto, considerandola una medaglia al suo valor ministeriale – colpe e responsabilità per le misure più impopolari. Di queste, però, si dicute da una settimana ed è inutile ripeterle. A me preme, piuttosto, proporvi qualche riflessione “a margine”, ma non troppo, su questioni decisamente signiificative che i media hanno preferito far passare sotto silenzio.

A cominciare dalla constatazione di non aver “incontrato” su alcun “giornalone” la notizia della misteriosa scomparsa (denunciata da “Report” nella puntata di lunedì scorso) del rapporto Oms secondo il quale «L’Italia ha gestito male la pandemia». Visto ciò che sta succedendo a livello “globale”, su questo fronte, sorge il dubbio che – come ripetono da sempre – Conte & c., abbiano davvero fatto da modello per tutti, nella guerra al Covid-19. E chi può dirlo! Già, ma neanche smentirlo.

A questo punto, però, le regole ci sono e vanno rispettate, non tanto perché il problema c’è, soprattutto, per evitare che il premier, pur “consapevole”, della nostra correttezza e della loro (in)competenza continui a prendersela con noi, chiudendoci in cantina, anziché in casa e impedendoci del tutto gli spostamenti, mentre loro spalancano porte e finestre, a clandestini e migranti che, poi, lasciano scappare dagli hotspot e andare a spargere – se contagiati – la propria dotazione virale dal Capo Passero alle Alpi. Ma è giusto anche ricordargli che le regole vanno rispettate anche da chi le scrive. Nella fattispecie, loro.

Perché, non é onesto né corretto costringere gli italiani, da una lato, a osservare regole rigorosissime e, dall’altro, assistere muti agli assembramenti per: l’inaugurazione del ponte Morandi con la partecipazione del premier; la festa per il ritorrno a casa della convertita all’Islam Aisha Romano con lo stesso Conte e il ministro degli esteri Di Maio; la visita del 2 giugno del Capo dello Stato, Mattarella, a Codogno; l’aperitivo ai navigli di Milano di Zingaretti, con i giovani dem, il 27 febbraio proprio all’inizio e, infine, il 25 aprile – in piena pandemia – il corteo dell’Anpi per la festa della Liberazione.

Assembramenti di cui, tanto per cambiare, i media non si sono accorti. Ma quando a scendere in piazza sono stati FDI, Lega o FI o qualche decina di persone è andata a messa o a un funerale, hanno gridato allo scandalo. Perché, in questo caso, «affollamenti e coronavirus, mettono a rischio la salute di tutti». Anche il doppiopesismo dei “migliori”, pesa sul bilancio del Covid-19.

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