Un fiume di fondi, tra governo e tasse locali, ma zero risultati
Il nuovo documento economico finanziario del Comune di Napoli viene presentato come un successo, ma a leggerlo con un minimo di onestà intellettuale appare per quello che è davvero: l’ennesimo atto di propaganda costruito su una visione ideologica che la città paga da mezzo secolo. Una visione che ha prodotto solo debiti, immobilismo e declino, mentre chi governa brinda e si autocelebra.
Ricordo sommessamente che il predecessore dell’attuale sindaco, Luigi de Magistris, lo stesso che in questi giorni ha avuto perfino l’ardire di annunciare una nuova candidatura a sindaco, ha lasciato sulle spalle dei napoletani un debito stimato intorno ai 5 miliardi di euro, una voragine finanziaria di dimensioni tali che, secondo molti osservatori, non ha eguali nel mondo occidentale per un ente locale. Questo dato, già di per sé devastante, dice molto di ciò che le sinistre hanno prodotto in decenni di governo: danni strutturali, certificati e scaricati sulle generazioni presenti e future.
L’inadeguatezza delle amministrazioni comunali
Il sindaco forestiero Manfredi oggi esulta per un documento che rientra parzialmente dal disavanzo attraverso un’operazione di recupero forzato, andando a colpire una parte dei cittadini morosi o fantasma, e fin qui si potrebbe anche dire che era il minimo sindacale, se non fosse che questa manovra mette ancora una volta in luce l’inadeguatezza di chi per anni non ha fatto rispettare le regole, punendo sempre e solo i cittadini corretti e fiscalmente onesti.
In tutto questo documento, però, non si intravede uno straccio di visione di città: non si vedono investimenti seri sui servizi, non si leggono miglioramenti concreti sulla qualità della vita, sui trasporti, sulla manutenzione urbana, sulla sicurezza, sul decoro, sull’efficienza amministrativa. I disastri delle precedenti amministrazioni di centrosinistra, sommati a quelli attuali, continuano a confinare la cosiddetta capitale del Sud agli ultimi posti in Europa per competitività, servizi pubblici e attrattività reale, non quella raccontata nei comunicati stampa.
Più annunci che trasformazioni visibili
È bene ricordare che Manfredi ha potuto contare sui finanziamenti del Patto per Napoli varato dal governo Draghi, oltre un miliardo di euro ottenuto comunque a debito e vincolati a rigidi piani di rientro, dei quali, dopo circa quattro anni di amministrazione, non si vedono risultati tangibili nella vita quotidiana dei cittadini, così come sui finanziamenti dell’attuale governo Meloni per Bagnoli e per eventi internazionali come l’America’s Cup, che restano per ora più annunci che trasformazioni visibili.
Nonostante questo fiume di denaro, il Comune di Napoli è ancora in predissesto finanziario, sottoposto a un piano di riequilibrio pluriennale che prevede tagli, aumenti di entrate e sacrifici per decenni, e nonostante ciò il sindaco continua a dipingere una città paragonabile a Tokyo, in un esercizio di narrazione che rasenta il ridicolo. La verità è che Napoli oggi non è realmente governata, ma commissariata di fatto da chi eroga i fondi e da chi ne controlla l’utilizzo attraverso patti, vincoli e verifiche periodiche, segno evidente del fallimento politico di chi amministra.
Napoli non è più dei napoletani, ma di una gestione ideologica che da cinquant’anni consuma risorse senza costruire futuro. La riflessione finale è semplice e inquietante: i conti pubblici del Comune sono tenuti in piedi da trasferimenti straordinari, anticipazioni di cassa e piani di rientro che possono durare fino a venti o trent’anni, con una spesa corrente compressa e margini di investimento quasi nulli.
Questo significa che ogni euro incassato serve prima a coprire il passato e solo dopo, se avanza qualcosa, al presente, mentre il futuro resta ipotecato. Questa non è rinascita, è sopravvivenza amministrata, ed è il risultato diretto di decenni di scelte sbagliate che oggi qualcuno ha il coraggio di chiamare successo.




