Referendum, il Pd si spacca ancora: i riformisti dicono «no» alla Schlein

Per loro solo due «Sì» su cinque. E Renzi ci prova…

I riformisti del Pd si sono smarcati dalle indicazioni della segretaria Elly Schlein. L’8 e 9 giugno i loro «Sì» ai referendum su lavoro e cittadinanza non saranno cinque, come da direttiva di partito, ma solamente due. Per gli altri quesiti, i riformisti non hanno intenzione di lanciare inviti all’astensione, ad andare al mare, come sta facendo il centrodestra. Ma resta la loro chiara contrarietà.

Quando arriverà il momento di manifestarla «ognuno si esprimerà liberamente – è la spiegazione – non c’è una posizione coordinata». Fra le opzioni ci sono il «No» esplicito e la scheda bianca. Ma resta sul tavolo anche la possibilità che qualcuno decida di non ritirare la scheda, facendo indirettamente il gioco della maggioranza di governo, che punta sul fattore quorum: se non va alle urne almeno il 50% degli elettori la consultazione non è valida. Il messaggio ufficiale dei riformisti Pd, comunque, è: «Nessun boicottaggio, andremo a votare».

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I due «Sì» riguardano il referendum che riduce da 10 a 5 gli anni di residenza in Italia per ottenere la cittadinanza e quello per introdurre la responsabilità dell’impresa committente in caso di infortuni ai lavoratori di una ditta in appalto.

Jobs Act, il nodo che divide il partito

I distinguo dei riformisti dalla maggioranza del partito non sono una novità. In questo caso riguardano la posizione sul jobs act, che i referendum sul lavoro mirano ad abolire.

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«Anche la segretaria ha riconosciuto una certa libertà di scelta – hanno fatto notare i riformisti – dicendo che non verranno chieste abiure a nessuno». Il punto lo ha spiegato il senatore Alessandro Alfieri, coordinatore di Energia popolare, l’area riformista del Pd guidata da Stefano Bonaccini: «È evidente che serva un tagliando al jobs act, ma io penso che, per poterlo affrontare, la strada maestra sia il Parlamento». Non i referendum, quindi.

Diversa la posizione dell’ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che fa parte della maggioranza Pd: i referendum «non devono essere una rivincita sul Jobs act, ma l’occasione per chiudere una stagione in cui si è pensato che la competitività si potesse realizzare con maggiore flessibilità e la svalutazione del lavoro».

Il padre del jobs act, l’allora premier e attuale presidente di Iv Matteo Renzi, non ha perso tempo a corteggiare chi nel Pd ha qualche maldipancia: «Ai riformisti dico: le porte di Italia Viva sono aperte. Noi vogliamo costruire una coalizione in cui il peso delle nostre idee conti. Senza di noi si perde, lo abbiamo visto. E non perché noi siamo chissà che. Ma perché una coalizione eccessivamente spostata a sinistra è la migliore alleata possibile di Giorgia Meloni».

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