Cgil, Uil e quei 20 miliardi di rinnovi della Pa bloccati in nome della «rivolta sociale»

Governo, Anm e Camere penali a confronto su sorteggio e quote rosa Csm

Correva l’anno 1980. Quando migliaia di cittadini, dipendenti, quadri e operai della Fiat – causa l’iperattivismo sindacale, che ne bloccava l’attività, limitandone la libertà d’azione, la produzione, la redditività – scesero in piazza a Torino, con autonomi, artigiani e commercianti, per protesta contro i picchetti ai cancelli delle aziende che ne impedivano l’accesso, a chi intendeva lavorare. E i sindacati, per evitare di perdere il potere di condizionamento delle maestranze, accettarono quelle richieste che fino ad allora avevano rifiutato.

Dalla complicità con i governi al ricatto sindacale

E strada facendo, di potere, hanno finito per acquisirne sempre di più. Anche per il costante «scambio di amorosi sensi» con i governi dell’epoca tutti figli della stessa filosofia ideologica: cattocomunista allora, solodem, oggi che la Cisl ha deciso di scappare dalla gabbia a tre porte, ma senza uscite, dell’ex triplice ed emanciparsi dalla pretesa di Landini di puntare allo scranno della Schlein, giocando pericolosamente alla «rivolta sociale». Che, per conseguenza, più che ai lavoratori serve a lui.

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Purtroppo, gli epigoni di quella storia, anche se sotto mutate spoglie, ancora oggi controllano media cartacei e televisivi; sindacati, magistratura e cultura. Nonostante la loro ultima vittoria elettorale risalga al 2011. Ma – mettendosi insieme in tutte le salse le coalizioni, litigando un giorno sì e l’altro pure – hanno continuato a governare, senza mai sottoporsi al giudizio degli elettori (evviva la democrazia!), fino al 2022. Quando gli italiani, approfittando della prima occasione ricevuta, li hanno mandati a casa gonfi e pieni di lividi, affidandosi al centrodestra a guida Meloni. E visti i sondaggi che danno FdI oltre il 30%, sembrano non essersene ancora pentiti.

Media e sindacati: un’alleanza per la narrazione distorta

Fatto è che i cittadini hanno la memoria più lunga di Elly, Giuseppi e sodali del campo(santo) e sanno benissimo in quali condizioni lorsignori hanno lasciato il Paese dopo trent’anni di occupazione del palazzo. E, non sapendo più quali bugie inventarsi per giustificare i propri fallimenti, hanno deciso di affidarne l’incombenza a Cgil e Uil, giudici, media e intellettuali.

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Che lo fanno – come ha sottolineato su «Il Diario del lavoro», Giuliano Cazzola, non un fans del centrodestra, bensì ex sindacalista Cgil ed esponente di +Europa – «raccontando un Paese che non esiste, almeno come nella loro narrazione, segretando le buone notizie» (vedi gli accordi Meloni- Emirati per 40miliardi di investimenti arabi in Italia e per il Piano Mattei, ndr) e «perché altererebbero quel quadro di sfascio che sostiene la guerra aperta al governo e alla maggioranza di destra».

E, aggiunge chi scrive, delegittimerebbero le motivazioni addotte per la cosiddetta «rivolta sociale» (che poi si sta esaurendo solo nel creare difficoltà a trasporti e cittadini) di Landini e Bombardieri, con l’assenso della Schlein; i loro «no» alla firma degli accordi già raggiunti per il rinnovo dei contratti dei dipendenti di enti locali, statali, sanità e Pubblica Istruzione, bloccando, così, aumenti per quasi 20 miliardi già disponibili. Infischiandosene se gli stipendi medi in Italia sono fermi al livello di 20 anni fa e, inoltre, il niet alla proposta Cisl per la partecipazione dei dipendenti agli utili e ai Cda aziendali.

Magistrati militanti e toghe rosse: il vero potere autoritario

Così come delegittimerebbero l’ingiustificata e continuata riproposizione del rischio fascista di Saviano, Scurati e intellettuali vari, utile a loro per restare sulla cresta dell’onda e gonfiare i propri conti correnti, nonché a giornali e giornalisti mainstream. Ma anche quell’accusa di autoritarismo al governo che spinge le toghe rosse a contrastare, manifestare e scioperare (con dichiarazione scritta di adesione in caso di assenza, per evitare la trattenuta per sciopero in busta paga, per coartare i renitenti ed evitare il flop, gonfiando la percentuale di presenza) contro esecutivo e Parlamento, per boicottare la riforma della Giustizia.

Anzi, se un autoritarismo c’è, è quello – come sostenuto dal giurista Sabino Cassese su «Il Tempo» di «un ordine (così l’art. 104 della Costituzione, definisce la Magistratura, non «potere», quindi, ndr) autonomo e indipendente», in cui «i magistrati militanti si contrappongono agli altri poteri – anche quello popolare che dovrebbe dire la sua con un referendum – ritenendosi superiore».

Diciamola tutta, se i magistrati – con toghe, coccarde e Costituzione o meno – continuano a dare la sensazione che, anziché applicare leggi e norme costituzionali, intendono continuare a limitarsi a interpretarle, come gli aggrada, anche quando riguardano i propri privilegi, sarà ben difficile – comunque la pensi l’ex presidente, Santalucia che durante lo sciopero, avvicinato: da colleghi, giornalisti e ospiti è sembrato essere ancora il punto di riferimento dell’Anm – possano riconquistare la fiducia degli italiani.

Il 5 marzo, comunque, Governo, Anm e Camere penali, s’incontreranno per discutere del sorteggio (che poi è quello che più fa paura alle correnti Anm) e quote rosa al Csm. «Spiegheremo – così, ha detto Parodi – le ragioni che non ci convincono nella riforma». C’è da sperare, però, siano disposti anche ad ascoltare ciò che gli dirà il governo. Altrimenti sarà l’ennesimo, inutile, dialogo tra sordi.

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