Quattro negozi sequestrati tra Napoli e Torre Annunziata
Li pubblicizzavano come cani di razza, provvisti di pedigree, microchip e vaccinazioni. In realtà, secondo quanto emerso dalle indagini, molti erano cuccioli gravemente malati, sottoposti a trattamenti farmacologici prima di essere venduti a famiglie ignare del loro reale stato di salute. Un commercio illecito scoperto dai carabinieri del nucleo Cites di Napoli, che ha portato all’esecuzione di cinque misure cautelari nei confronti di titolari e gestori di negozi di animali tra Napoli e Torre Annunziata: tre arresti in carcere e due ai domiciliari.
L’inchiesta, coordinata dalla V sezione Ambiente della Procura di Napoli, ha portato anche alla denuncia di ulteriori collaboratori, ritenuti appartenenti a un’associazione criminale dedita alla compravendita di animali da compagnia. A far partire gli accertamenti è stato il ritrovamento in strada di un cucciolo abbandonato e in fin di vita, successivamente deceduto presso un presidio veterinario dell’Asl a causa di gravi patologie e deficit immunitari. Le verifiche sui veicoli utilizzati per l’abbandono, incrociate con precedenti segnalazioni, hanno consentito agli investigatori di risalire a un sistema gestito da componenti della stessa famiglia attraverso tre storiche rivendite napoletane e un noto importatore di cuccioli dall’Est Europa.
Cuccioli dall’Est Europa, falsi pedigree e farmaci per nascondere le malattie
Il meccanismo prevedeva l’acquisto di animali provenienti da allevamenti non censiti o da circuiti privi di garanzie sanitarie e genealogiche. I cuccioli, separati prematuramente dalle madri, venivano trasferiti in Italia in condizioni igienico-sanitarie precarie e sottoposti a viaggi particolarmente stressanti. Si trattava soprattutto di Chihuahua, barboncini, Spitz, Maltesi e Chow Chow, pubblicizzati sui social come esemplari di «razza purezza certificata» o «mini toy», accompagnati da presunte garanzie relative a pedigree, microchip e vaccinazioni.
Al momento dell’acquisto, però, gli animali venivano spesso consegnati senza microchip identificativo oppure con libretti sanitari falsificati o compilati dagli stessi indagati, privi di qualifica medico-veterinaria. Al posto dei pedigree certificati dall’Enci, l’ente autorizzato in Italia a certificare la razza, gli acquirenti ricevevano attestati senza valore legale e promesse di successiva regolarizzazione mai mantenute. Le transazioni avvenivano quasi esclusivamente in contanti o attraverso ricariche su carte prepagate intestate a prestanome, senza rilascio di ricevute fiscali.
La quasi totalità dei cuccioli manifestava, pochi giorni dopo la vendita, gravi patologie infettive e parassitarie, che provocavano sofferenze acute e, in numerosi casi, la morte. Per nascondere i sintomi prima della consegna, i componenti dell’organizzazione somministravano abusivamente antibiotici e antinfiammatori, tra cui Stomorgyl, Bentelan e Rocefin.
Gli accertamenti
Le analisi effettuate sui cadaveri dagli specialisti del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell’Università Federico II di Napoli hanno accertato la presenza di gravi forme di parvovirosi, cimurro e parassitosi aggressive, come quelle provocate dalla Giardia. Gli accertamenti hanno inoltre dimostrato che l’età biologica degli animali non corrispondeva alle date di nascita e vaccinazione riportate sui passaporti stranieri e sui libretti sanitari consegnati agli acquirenti. I cuccioli erano stati importati troppo presto, senza il necessario svezzamento e prima del completo sviluppo immunitario.
Cuccioli morti, rimborsi negati e oltre cinquanta truffe
Il sistema proseguiva anche dopo la vendita. Quando i clienti denunciavano le gravi condizioni di salute degli animali o scoprivano di aver acquistato meticci spacciati per cani di razza, i commercianti adottavano atteggiamenti ostruzionistici e intimidatori. Arrivavano ad accusare di incompetenza i veterinari consultati dagli acquirenti, rifiutavano i rimborsi facendo leva sull’assenza di documentazione fiscale e, nei casi in cui il cucciolo moriva, proponevano di sostituirlo chiedendo un ulteriore pagamento. Tra le irregolarità contestate figurano anche episodi di maschi venduti come femmine.
L’organizzazione, secondo gli investigatori, operava attraverso una precisa divisione dei compiti. I promotori e organizzatori, titolari di noti esercizi commerciali tra Napoli e Torre Annunziata, gestivano direttamente o tramite persone interposte quattro punti vendita, definivano le strategie commerciali, mantenevano i rapporti con fornitori e clienti e coordinavano le iniziative dirette a occultare le responsabilità penali e amministrative. Alcuni collaboratori svolgevano invece il ruolo di «veterinario di fatto», occupandosi senza titolo della compilazione dei libretti sanitari, della somministrazione dei farmaci, del depistaggio dei clienti e dei controlli Asl. Altri erano addetti alle vendite, al reperimento dei cani e alle consegne.
Le indagini, condotte attraverso servizi di osservazione, controllo e pedinamento, intercettazioni e testimonianze di decine di acquirenti, hanno permesso di ricostruire oltre cinquanta ipotesi di truffa e frode in commercio. La Procura ha disposto il sequestro preventivo di 43mila euro, ritenuti profitto delle attività illecite, mentre il sequestro probatorio ha interessato quattro esercizi commerciali, animali da compagnia, medicinali veterinari, apparecchi di videosorveglianza e documentazione fiscale e sanitaria.
Tra le persone denunciate figurano infine gli intestatari fittizi delle utenze telefoniche e delle carte di pagamento utilizzate per incassare il denaro delle compravendite e ostacolare gli accertamenti della polizia giudiziaria.




