Camorra a Napoli, i clan in videoconferenza tra le carceri: 9 misure cautelari

Droga e pestaggi ordinati in cella

Dall’accesso illecito ai dispositivi di comunicazione in carcere al traffico di stupefacenti, passando per estorsioni e violenze. È un quadro articolato quello al centro dell’indagine della DDA di Napoli che ha portato all’esecuzione di una misura cautelare nei confronti di nove persone, otto delle quali già detenute in reparti di alta sicurezza.

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, è stata eseguita martedì 20 ottobre dai carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Napoli Bagnoli, insieme al personale del Nucleo Investigativo Centrale di Polizia Penitenziaria di Napoli. Gli indagati risultano domiciliati o ristretti nelle province di Napoli, Siracusa, Catania, L’Aquila, Cosenza e Rovigo.

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Le videoconferenze tra detenuti per organizzare il traffico di droga

Le indagini, sviluppate tra luglio 2025 e aprile 2026, hanno documentato l’operatività di esponenti di vertice di diversi clan camorristici anche durante la detenzione. Attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, gli investigatori hanno ricostruito un sistema di comunicazioni basato sull’utilizzo illegale di cellulari negli istituti penitenziari di Siracusa, Milano Opera, Secondigliano e Poggioreale. I detenuti avrebbero organizzato riunioni in videoconferenza per pianificare l’acquisto, lo stoccaggio e la distribuzione della cocaina, impartire direttive e ordinare aggressioni, verificandone successivamente l’esecuzione.

«La cosa impressionante è che degli uomini di vertice di questa famiglia, in videoconferenza all’interno delle carceri, da Siracusa a Opera a Secondigliano, si organizzano, discutono di come strutturare, come organizzare, dove andare a comprare la droga, in che parti venderla, a chi venderla», ha spiegato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri durante una conferenza stampa.

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Tra le figure individuate dagli inquirenti compare un elemento apicale del clan Troncone, detenuto nel carcere di Milano Opera, che avrebbe continuato a impartire direttive agli affiliati in libertà e a mettere in atto estorsioni attraverso smartphone introdotti illegalmente nella propria cella. I collegamenti tra gli istituti penitenziari avrebbero consentito anche di costruire accordi tra organizzazioni camorristiche storicamente rivali, come il clan Mazzarella e l’Alleanza di Secondigliano, superando le contrapposizioni per condividere gli affari legati agli stupefacenti.

Il debito di 60mila euro e il pestaggio filmato in carcere

La svolta nell’inchiesta è arrivata dalla collaborazione di Emanuele De Pasquale, affiliato al clan Troncone, arrestato nel 2025 e detenuto nel carcere di Siracusa. Secondo la ricostruzione investigativa, proprio l’uomo avrebbe ideato un progetto per organizzare il traffico di cocaina nell’area di Fuorigrotta, coinvolgendo esponenti di diversi gruppi criminali, compresi i Licciardi. Le forniture sarebbero state concordate con altri detenuti legati ai clan Mazzarella, Ferrara-Cacciapuoti, Gionta, Avventurato, De Luca-Bossa-Minichini e D’Amico, attraverso contatti telefonici mantenuti anche con i complici all’esterno.

«Con i cellulari comunica con l’esterno, con le altre organizzazioni, in particolare con un elemento di vertice del clan Troncone che si trova nel carcere di Milano Opera», ha spiegato il procuratore aggiunto Sergio Amato, illustrando il ruolo di De Pasquale nell’organizzazione del traffico di stupefacenti.

L’affiliato, tuttavia, non era riuscito a pagare interamente la cocaina ricevuta, accumulando un debito residuo di circa 50-60mila euro, anche a causa della sua dipendenza dal gioco d’azzardo. Il mancato pagamento avrebbe provocato una violenta reazione degli altri affiliati. La punizione sarebbe stata concordata durante una videochiamata con un referente del clan Troncone di Fuorigrotta, detenuto nel carcere milanese di Opera, che avrebbe autorizzato il pestaggio e, se necessario, anche l’uccisione di De Pasquale. Quest’ultimo è stato quindi aggredito in carcere e colpito con delle forbici. La violenza è stata ripresa con un telefono cellulare e il filmato è stato successivamente mostrato allo stesso esponente del clan che avrebbe dato il via libera all’aggressione.

Le intimidazioni si sarebbero estese anche alla compagna di De Pasquale, conosciuta attraverso TikTok mentre l’uomo si trovava già in carcere. Secondo gli investigatori, alla donna sarebbe stato imposto di compiere truffe ai danni di persone anziane per contribuire al pagamento del debito. Lei si è però rifiutata e i raggiri non sono stati realizzati.

La collaborazione con gli investigatori e le accuse

Dopo l’aggressione, preoccupato per la propria vita e per l’incolumità dei familiari, De Pasquale ha deciso di rivolgersi alla Polizia Penitenziaria, consegnando anche i telefoni cellulari che utilizzava illegalmente durante la detenzione. Nei dispositivi erano conservate le comunicazioni relative agli accordi tra gli esponenti delle organizzazioni camorristiche. Le sue dichiarazioni, insieme all’analisi dei telefoni e dei contatti con i complici in libertà, hanno consentito agli investigatori di ricostruire la gestione del traffico di stupefacenti, i rapporti tra i clan e le modalità con cui le attività criminali proseguivano dall’interno degli istituti penitenziari.

Nell’ordinanza cautelare il G.I.P. descrive un «quadro davvero allarmante», riferendosi alla possibilità, per detenuti anche in reparti di alta sicurezza, di utilizzare cellulari per impartire ordini all’esterno, gestire attività illecite e stringere nuove alleanze. «La penetrazione dei clan nelle carceri è conclamata», ha dichiarato il generale Biagio Storniolo, comandante provinciale dei carabinieri di Napoli, sottolineando che «le attività criminali non si fermano dopo gli arresti e le condanne ma continuano negli istituti penali».

Le contestazioni comprendono, a vario titolo, accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti, traffico di stupefacenti, estorsione, lesioni, violenza privata e violenza per costringere a commettere un reato, con le aggravanti del metodo e delle finalità mafiose. Il provvedimento è stato disposto nella fase delle indagini preliminari ed è impugnabile nelle forme previste dalla legge. Le nove persone destinatarie della misura cautelare sono da considerarsi presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

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