Vomero, solidarietà vera al padre aggredito. Ma dopo l’indignazione servono i fatti, non le passerelle

La sicurezza si misura con i risultati, non con gli annunci

La prima cosa da fare, davanti alla brutale aggressione subita al Vomero da un padre intervenuto per difendere le proprie figlie, è esprimere una solidarietà sincera, umana, senza retorica e senza secondi fini. A quell’uomo e alla sua famiglia va la vicinanza di una comunità che non può accettare che difendere i propri figli significhi rischiare di essere massacrati di botte. E fa male sapere che, mentre una persona veniva aggredita, nessuno sia intervenuto in suo aiuto, come raccontato dalla moglie. È un particolare che dovrebbe interrogare tutti noi, non soltanto le istituzioni.

Ma proprio per rispetto delle vittime, la violenza non può diventare il pretesto per l’ennesimo spettacolo politico perché la malamovida non si combatte nè con i flash mob nè con le fiaccolata. Il problema non è demonizzare i giovani, né criminalizzare chi frequenta i locali. Il problema è una malamovida in cui, troppo spesso, aggregazione e divertimento degenerano in risse, aggressioni, abuso di alcol e comportamenti intimidatori. Un problema che coinvolge sicurezza urbana, educazione, responsabilità familiari, gestione degli spazi pubblici e controlli sulle attività commerciali.

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E non basta invocare genericamente più sicurezza dopo ogni episodio, come se il problema fosse comparso ieri. Qualcosa, intanto, è già stato disposto. Il prefetto Michele di Bari ha istituito dal 13 ottobre un presidio fisso interforze in piazza Vanvitelli, con personale delle Forze dell’ordine, della Polizia locale e della Polizia metropolitana a rotazione. Erano inoltre già state previste zone a vigilanza rafforzata. Il comune ha emanato una nuova ordinanza sulla movida, in vigore dal 16 ottobre al 16 novembre, che prevede limitazioni agli orari di chiusura e alla vendita e somministrazione di alcolici nelle aree interessate, compreso il Vomero. Sono state annunciate anche misure per rafforzare la videosorveglianza. Sono provvedimenti che vanno verificati nei risultati, non liquidati né celebrati in anticipo.

Il valore di una manifestazione

E allora quale utilità hanno le manifestazioni che si ripetono a ogni fatto di cronaca? Una manifestazione può avere un valore autentico per esprimere vicinanza alle vittime, rompere il silenzio, richiamare l’attenzione pubblica. Ma quando tutto si esaurisce in una piazza, qualche dichiarazione ai giornali, fotografie e slogan, il rischio è che la solidarietà si trasformi in un atto unico e l’indignazione in una passerella dei soliti noti che utilizzano qualsiasi tragedia per speculazioni di carattere politico.

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Il problema non è che partecipino esponenti politici. Il problema è che, dopo aver acceso i riflettori, non si vedano nuove proposte, impegni verificabili e un’assunzione di responsabilità nel tempo. Chi manifesta oggi deve essere disposto a tornare domani, tra un mese e tra sei mesi, per chiedere conto dei risultati. Altrimenti la piazza rischia di diventare il punto d’arrivo della protesta, quando dovrebbe esserne soltanto il punto di partenza. Che cosa serve allora in più?

Controlli mirati e continuativi

Per quanto mi riguarda occorrono controlli mirati e continuativi, soprattutto nelle ore notturne e nei punti più critici, con un coordinamento effettivo tra Forze dell’ordine e Polizia locale. Una videosorveglianza realmente operativa, con copertura dei punti sensibili e procedure tempestive per acquisire le immagini e identificare i responsabili.

Controlli rigorosi sugli esercizi commerciali, sul rispetto degli orari, sulla vendita di alcolici ai minori e sulle prescrizioni imposte, applicando le sanzioni previste quando vengono accertate violazioni. Un vero piano per la sicurezza della movida, insomma, con dati pubblici sugli interventi, sulle infrazioni contestate, sulle aggressioni e sui risultati dei controlli. Perché la sicurezza non si misura con il numero di annunci, ma con ciò che accade davvero sul territorio.

Ruolo fondamentale poi lo riveste la prevenzione educativa concreta, coinvolgendo scuole, famiglie, servizi sociali, associazioni sportive ed educatori. I ragazzi che commettono violenze devono risponderne; allo stesso tempo, bisogna intervenire prima che il disagio, il branco e l’assenza di punti di riferimento producano nuove vittime.

Il patto

È da tempo che chiedo di sapere che fine abbia «Generazione Futura. Patto educativo per la Città metropolitana di Napoli», un accordo interistituzionale firmato il 13 maggio 2022 per contrastare la dispersione scolastica, la povertà educativa e il disagio minorile nel territorio napoletano.

Un accordo finanziato dal governo con circa 8mln di euro, firmato da regione, comune, città metropolitana e Arcidiocesi di Napoli per il quale non siamo mai riusciti a vedere uno straccio di rendicontazione. La sicurezza richiede fermezza, prevenzione e continuità. Non esistono scorciatoie, e nessuna singola misura può garantire da sola che episodi simili non si ripetano. Al padre aggredito va la mia solidarietà, quella vera, che non si esaurisce in una frase di circostanza.

A Napoli servono strade sicure, istituzioni presenti, famiglie sostenute, giovani educati alla responsabilità e una politica capace di andare oltre l’emergenza mediatica. Meno passerelle, più responsabilità. Meno indignazione a tempo, più risultati verificabili. Perché la prossima vittima non deve diventare il pretesto per organizzare un’altra manifestazione: deve essere una persona che siamo riusciti a proteggere.

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