Ex Ilva, i commissari chiedono la Cigs per altri 4.172 lavoratori dopo lo stop dell’area a caldo

Il 20 ottobre è prevista l’udienza in Cassazione

Da 4.450 a 8.622 lavoratori potenzialmente sospesi: la nuova richiesta di cassa integrazione di Acciaierie d’Italia arriva al termine di cinque giorni di sciopero a Taranto e alla vigilia di due appuntamenti decisivi sul futuro industriale dell’ex Ilva. La società in amministrazione straordinaria intende mantenere in servizio appena 1.004 dipendenti per garantire la guardiania degli asset, la salvaguardia degli impianti, gli adempimenti amministrativi e ambientali e la continuità produttiva.

Il nuovo contingente, che comprende altri 4.172 lavoratori rispetto all’attuale autorizzazione, rappresenta il «numero medio massimo di contestuali sospensioni». La richiesta, valida dall’autorizzazione fino al 28 febbraio 2027 salvo proroghe o rinnovi, è stata trasmessa dai commissari Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli ai sindacati, alle Regioni interessate e ai ministeri del Lavoro e delle Imprese. A Taranto la comunicazione è arrivata nella tarda serata di ieri, alla conclusione della mobilitazione che per cinque giorni ha coinvolto i dipendenti diretti e l’indotto-appalto, con blocchi delle statali 7 verso Massafra e Bari e 106 verso Metaponto e Reggio Calabria.

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Ex Ilva, quasi 7mila sospensioni previste a Taranto

La parte più consistente della richiesta riguarda lo stabilimento tarantino, con 6.964 lavoratori su 7.875: 4.667 operai, 1.564 impiegati e 733 intermedi. Le aree maggiormente coinvolte sono staff e servizi (3.225 addetti), fusione (2.660) e laminazione (1.079). Attualmente circa 3.500 dipendenti sono già in cassa integrazione, a fronte di un massimo autorizzato di 3.800.

Negli altri stabilimenti le sospensioni richieste riguardano 870 dipendenti su 917 a Genova, 515 su 542 a Novi Ligure e 117 su 127 negli uffici di Milano, oltre al personale delle restanti sedi. Al 30 luglio l’organico complessivo di Acciaierie d’Italia era di 9.626 persone. Già venerdì alcuni lavoratori tra Taranto e Milano avevano ricevuto comunicazioni di collocamento in cassa integrazione a zero ore, secondo fonti sindacali.

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La relazione tecnica allegata all’ultimo decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri aveva peraltro anticipato la possibilità di un ampliamento delle sospensioni. Per finanziare l’integrazione economica della Cigs, destinata a garantire il 70% della retribuzione da ottobre 2026 a giugno 2027, sono stati stanziati 15 milioni per gli ultimi tre mesi di quest’anno e 30 milioni per il primo semestre del prossimo. Il calcolo ipotizza 9.200 lavoratori in cassa a zero ore per l’intero periodo, una platea vicina alla totalità dell’organico.

La fermata dell’area a caldo e il ricorso in Cassazione

A determinare la riorganizzazione è il decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, che ha ordinato la fermata dell’area a caldo di Taranto entro 90 giorni. Dopo il rigetto di due richieste di sospensione, Acciaierie d’Italia ha presentato ricorso straordinario in Corte di Cassazione, con udienza fissata al 20 ottobre. «Il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio dell’area “a caldo” impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo», spiegano i commissari.

La società ha quindi revocato gli ordini di approvvigionamento delle materie prime già programmati e, dal 9 ottobre, ha avviato la sospensione temporanea degli impianti destinati alla produzione di bramme e coils. Le conseguenze si estenderanno progressivamente alle lavorazioni degli altri stabilimenti, mentre si valuta il ricorso a forniture esterne oppure, nel medio termine, il ripristino della capacità produttiva autonoma.

«Gli impianti sono stati posti nella condizione di “riscaldo”, onde evitare la distruzione degli stessi e consentire la ripresa della produzione allorché se ne verificasse la condizione giudiziaria, previo riavvio del ciclo di approvvigionamento», precisano i commissari. L’obiettivo è preservare la sostenibilità economica della gestione e le condizioni di cedibilità degli asset durante la procedura di individuazione del futuro acquirente.

Sindacati divisi, due incontri sul futuro dell’ex Ilva

Per Valerio D’Alò, segretario nazionale della Fim Cisl con delega alla siderurgia, «le lettere di avvio della nuova Cigs non rappresentano una sorpresa: era un tema già discusso con le istituzioni, e i lavoratori erano stati informati della possibilità di questa nuova procedura a fronte delle incertezze legate alle decisioni della Corte di Cassazione».

«Abbiamo ottenuto importanti tutele per i lavoratori e il loro indotto nell’ultimo decreto approvato dal Consiglio dei Ministri, ma sappiamo che ci sono molti aspetti da migliorare», aggiunge D’Alò, ribadendo l’impegno per la continuità occupazionale anche nelle aree a freddo: «L’unico modo per uscire dalla Cigs è attraverso la creazione di lavoro». La priorità, sottolinea, resta quella di individuare «soluzioni concrete e sostenibili» e alternative capaci di garantire un futuro ai dipendenti.

Di segno opposto la posizione di Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom Cgil, che giudica la richiesta «inaccettabile sia nel merito sia rispetto ai tempi». «I lavoratori hanno lottato con scioperi e manifestazioni, nell’ultima settimana per garantirsi il lavoro, la continuità produttiva degli stabilimenti e le manutenzioni e per aprire una vera discussione sul proprio futuro e per un’ex Ilva decarbonizzata», dichiara. Secondo Scarpa, la nuova cassa integrazione «non tiene conto di quanto ottenuto dai lavoratori nell’ultima settimana nei numeri e nelle modalità» e costituisce «una provocazione».

La Fiom porterà le proprie richieste al ministero del Lavoro il 20 ottobre, chiedendo misure straordinarie per i dipendenti e modifiche al decreto approvato dal Governo il 14 ottobre. Il 27 ottobre è previsto un ulteriore confronto a Palazzo Chigi. «In quelle sedi chiederemo conto ai commissari straordinari di queste scelte», avverte Scarpa, ricordando che «è dall’esplosione dell’Altoforno 1 a maggio del 2025 che non accettiamo e non condividiamo più l’uso della cassa integrazione».

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