Alessandro Coppola, trasformare i limiti in possibilità: «Vedo Oltre è il mio modo di guardare il mondo»

Il suo obiettivo è dimostrare che nessuna diagnosi può definire il valore di una persona

«Per me l’artista è qualsiasi persona che trasmette un’emozione e cerca di mandare un messaggio attraverso qualsiasi forma di comunicazione». È da questa definizione che Alessandro Coppola, 23 anni, racconta la propria identità in un’intervista a ilSud24. Studente di comunicazione, fotomodello, content creator e presidente dell’associazione Vedo Oltre, un progetto che, attraverso il sostegno di chi sceglie di contribuire, può ampliare le proprie iniziative di inclusione e solidarietà e raggiungere sempre più persone. Coppola non ama essere racchiuso in un’unica etichetta. Per lui, l’arte non è soltanto una professione, ma un modo di comunicare, creare relazioni e lasciare qualcosa agli altri.

La sua storia, tuttavia, è segnata da una sfida che ha cambiato profondamente il suo modo di immaginare il futuro. Nato sordo, ha affrontato quindici anni di logopedia, episodi di bullismo e due interventi chirurgici per un tumore all’orecchio sinistro. Crescendo, aveva imparato a convivere con la sordità e con la protesi acustica, fino a considerarle «una parte della propria identità, non più un ostacolo insormontabile».

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La diagnosi della sindrome di Usher e il futuro da ripensare

Poi, a sedici anni, è arrivata una nuova diagnosi: la sindrome di Usher di tipo 2, una malattia genetica rara che comporta sordità congenita e una progressiva perdita della vista. Il 4 novembre 2019 è la data in cui ha ricevuto la conferma di quei sospetti nati da difficoltà quotidiane sempre più evidenti, dagli urti contro pali e ostacoli fino ai problemi di orientamento.

«Quando arriva una diagnosi così forte, devi ripianificare la tua vita», racconta. Fino a quel momento, Alessandro immaginava un percorso diverso: terminare le superiori, come ha fatto con il massimo dei voti, studiare economia aziendale, dedicarsi al mondo degli affari e magari trasferirsi all’estero o a Milano, la città dei suoi sogni. Un’esperienza Erasmus di tre mesi a Bruxelles gli era servita anche per misurare la propria autonomia e capire fin dove potesse spingersi.

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Quel progetto, però, ha lasciato spazio a un’altra strada. «Ho capito che quella non era più la mia vita. Non era più fare business, ma fare altro». Un cambiamento che lo ha costretto a rinunciare ad alcune attività, ma che gli ha permesso di scoprire nuove forme di espressione.

Tra i ricordi più significativi della sua adolescenza c’è la discoteca, un ambiente nel quale Alessandro aveva iniziato giovanissimo a organizzare serate e a lavorare come PR, entrando in contatto con ragazzi più grandi di lui. «La musica, insieme allo sport e allo studio, ha rappresentato una costante della mia vita. Ma la discoteca ha un significato ancora più profondo: è un luogo in cui le differenze sembravano perdere importanza. In discoteca stanno tutti insieme, si fa proprio un miscuglio. L’obiettivo è divertirsi, cantare insieme. A nessuno dovrebbe importare se sei sordo, cieco o hai una disabilità».

È questa idea di inclusione, vissuta sulla propria pelle, a diventare uno dei principi che guidano oggi il suo impegno. Alessandro ricorda un mondo nel quale avrebbe voluto trovare maggiore apertura anche a scuola, dove spesso le difficoltà sensoriali rischiavano di trasformarsi in un motivo di esclusione, anziché in un’occasione per costruire relazioni e forme di aiuto reciproco.

La diagnosi ha modificato anche il suo rapporto con lo sport e con la libertà personale. I problemi visivi, che rendono difficile orientarsi soprattutto al buio e limitano la visione laterale, lo hanno costretto ad abbandonare il calcio, una delle sue passioni. «Se voglio uscire da solo la sera o fare una passeggiata vicino al mare, è molto più difficile. Se voglio fare un viaggio in macchina con un amico, deve guidare lui. Dietro queste parole va fatta però una riflessione che va oltre la condizione individuale: l’autonomia non dipende soltanto dalla volontà di una persona, ma anche dall’esistenza di infrastrutture accessibili, servizi adeguati e opportunità concrete. Se volessi stare dieci minuti da solo, sarebbe difficile», spiega, richiamando l’attenzione sulle barriere che ancora limitano la vita quotidiana delle persone con disabilità.

La nascita di Vedo Oltre e gli incontri con oltre 50mila persone

Da queste esperienze è nata Vedo Oltre, l’associazione che presiede e attraverso la quale ha scelto di trasformare il proprio vissuto in un progetto di sensibilizzazione e solidarietà. Il percorso era cominciato anche attraverso la scrittura, con il libro “Le mie orecchie parlano”. Ha poi portato la propria testimonianza in contesti molto diversi: dalle scuole elementari alle superiori, dalle università alle istituzioni, fino al carcere di Poggioreale e alle comunità che accolgono persone con dipendenze. Nel corso di questi incontri, racconta di aver raggiunto oltre 50.000 persone tra studenti, professionisti, detenuti e cittadini.

L’obiettivo è far conoscere realtà spesso poco comprese, creare occasioni di confronto e mostrare come una storia personale possa diventare uno strumento di consapevolezza collettiva. «Vedo Oltre vuol dire andare oltre quelle che sono le diagnosi e guardare realmente ogni persona, perché ognuno di noi ha un potenziale e può dare qualcosa a qualcun altro». Il nome dell’associazione racchiude così una visione precisa: non negare le difficoltà, ma impedire che diventino l’unico elemento attraverso cui giudicare una persona.

Dai cartelloni in strada ai social: il valore delle relazioni

La stessa filosofia attraversa i contenuti che realizza sui social. Tra i suoi format più riconoscibili ci sono i cartelloni portati in strada, con messaggi diretti alle persone che incontra: parole di incoraggiamento, inviti a sorridere, richieste di un abbraccio per chi si sente solo.

«Sono iniziative semplici, ma capaci di creare un contatto immediato. Chi si ferma può partecipare ai video, condividere un’emozione o sentirsi, anche solo per un momento, meno solo. I social non sono soltanto uno spazio di intrattenimento. Possono diventare uno strumento per dare visibilità a esperienze poco conosciute e mettere in comunicazione persone che altrimenti non avrebbero occasione di incontrarsi».

La responsabilità che sente nei confronti della propria community nasce proprio da qui: dalle madri e dai padri preoccupati per i figli con malattie rare, dai ragazzi che si riconoscono nella sua storia e da chi vive difficoltà che non sempre sono visibili dall’esterno.

«Se mi guardi, potresti pensare che non abbia problemi: parlo, mi vesto come gli altri, porto gli occhiali. Ma dietro ci sono tante difficoltà». È un richiamo a non fermarsi alle apparenze e a riconoscere anche le disabilità invisibili, comprese quelle sensoriali e psicologiche.

La musica e il brano AC22: «Penso di valere qualcosa in più»

La comunicazione di Alessandro non si ferma alle parole scritte o ai video. Il 22 aprile ha pubblicato il brano AC22, un titolo che unisce le iniziali del suo nome e cognome al numero 22, legato alla sua data di nascita.

La musica diventa un ulteriore spazio nel quale raccontare la propria esperienza e rivendicare il diritto di scegliere il proprio futuro. Alessandro ha intrapreso un percorso di studio del canto, proseguito anche dopo l’ottobre 2025 con il sostegno di un produttore. In poco più di due minuti, il brano raccoglie frammenti della sua storia e li trasforma in un messaggio rivolto soprattutto a chi tende a considerare la diversità un limite. «Non voglio fare né il centralinista, come spesso accade ai non vedenti, né vivere di assistenza. Penso di valere qualcosa in più».

Non è una negazione del bisogno di sostegno, ma la richiesta di poter scegliere, studiare, lavorare e costruire una vita coerente con le proprie aspirazioni. La canzone diventa così un invito ad accogliere le differenze per il loro valore, senza ridurre le persone alla diagnosi o alle aspettative che gli altri hanno nei loro confronti.

«Siamo tutti diversi, nessuno è uguale», sottolinea Alessandro. Un principio che nella sua esperienza assume un significato concreto: l’inclusione non può limitarsi alle dichiarazioni, ma deve tradursi nella possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale.

Dallo stadio Maradona al Benin: le iniziative solidali

L’impegno di Vedo Oltre si misura anche nelle iniziative realizzate sul territorio, spesso con risorse limitate e attraverso donazioni personali. Per il suo compleanno, Alessandro ha chiesto di non fargli regali, ma di contribuire all’associazione. Grazie a quelle donazioni e ad altri piccoli aiuti, ha potuto promuovere attività rivolte a persone che vivono situazioni di fragilità.

Tra le iniziative raccontate durante l’intervista, una giornata di svago allo stadio Diego Armando Maradona per cinquanta ragazzi minorenni detenuti, realizzata in collaborazione con la cooperativa Luigi Del Prete. Un’occasione per vivere un’esperienza diversa dalla quotidianità e partecipare a un momento collettivo.

Il 23 aprile, inoltre, ha organizzato attività di animazione in tre case alloggio di Ottaviano, in provincia di Napoli, per trascorrere una giornata tra musica, balli e karaoke con persone che vivono situazioni di disagio psichico e mentale. A queste iniziative si aggiungono la collaborazione con Plastic Free per la pulizia delle spiagge, la distribuzione di materiale didattico a persone anziane e a ragazzi con sindrome di Down o disturbi dello spettro autistico, e la raccolta di beni di prima necessità destinati agli sfollati dei Campi Flegrei, dopo aver conosciuto direttamente la realtà di chi ha perso la propria casa.

L’associazione ha inoltre contribuito, attraverso una donazione e una collaborazione con un’altra realtà associativa, a un progetto in Benin dedicato ai bambini non vedenti, con l’invio di materiale didattico. Sono risultati ottenuti senza grandi finanziamenti, grazie a donazioni, iniziative di raccolta fondi e risorse personali. Alessandro racconta anche di aver coinvolto i propri genitori nella raccolta degli scontrini della spesa, attraverso i quali è possibile sostenere l’associazione con piccoli contributi. «Ho bisogno di un sostegno concreto. Non mi servono soldi per comprarmi vestiti, ma per spenderli bene», afferma.

Il progetto di un tour in Italia per le malattie genetiche rare

«Se potessi disporre di un finanziamento importante, avrei già un progetto da realizzare: organizzare un tour lungo l’Italia per sensibilizzare sulle malattie genetiche rare e favorire l’accesso ai test genetici, soprattutto per i neogenitori. Una diagnosi precoce, quando possibile, può aiutare le famiglie a comprendere meglio una condizione genetica e a intraprendere per tempo un percorso di assistenza e monitoraggio».

Il suo progetto vorrebbe contribuire a diffondere maggiore consapevolezza e a ridurre le difficoltà che molte famiglie incontrano nell’accedere a informazioni e percorsi diagnostici. L’iniziativa, sottolinea, dovrebbe essere accompagnata da professionisti qualificati e da adeguate garanzie di accessibilità. Al centro resta la convinzione che la conoscenza possa cambiare il modo in cui una persona affronta il futuro e quello in cui la società si prende cura dei suoi membri più vulnerabili.

Alessandro rivendica inoltre il ruolo fondamentale della ricerca scientifica, definendo i ricercatori «i veri eroi invisibili». È grazie al loro lavoro che possono aprirsi nuove prospettive per le persone con malattie rare e per le famiglie che cercano risposte.

Le aspettative per il futuro e il messaggio ai giovani

Quando gli viene chiesto come si immagini tra cinque anni, risponde: «Mi piacerebbe vedermi un po’ più valorizzato e più sereno. Vorrei che l’energia investita nei progetti potesse tradursi in risultati senza essere preceduta da una continua e logorante ricerca di sostegno. Perché dietro ogni video, ogni iniziativa solidale, ogni incontro e ogni canzone c’è un lavoro che spesso rimane invisibile a chi vede soltanto il risultato finale».

C’è anche una riflessione sulla sua generazione: «La considero ricca di capacità ma spesso scoraggiata dal giudizio degli adulti e dalla mancanza di opportunità. La possibilità di realizzare i propri talenti passa anche dalla disponibilità ad ascoltare i giovani, metterli alla prova e permettere loro di assumersi responsabilità reali».

La sua storia, in fondo, non è soltanto quella di un ragazzo che ha imparato a convivere con una diagnosi difficile. È anche il racconto di una persona che cerca di costruire spazi di libertà per sé e per gli altri, trasformando le proprie esperienze in occasioni di incontro.

Con Vedo Oltre, Alessandro Coppola prova a dimostrare che l’inclusione non è un gesto di benevolenza, ma una responsabilità condivisa. E che vedere oltre significa, prima di tutto, riconoscere nell’altro una persona con desideri, capacità, paure e progetti, prima ancora della sua condizione.

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