Il campo(santo) spera nella Consulta. Certo, sognare si può, ma…
Che le cose si stessero mettendo al meglio per l’approvazione dello «Stabilicum», ovvero la nuova legge elettorale voluta dal governo Meloni, lo si era già capito giovedì primo ottobre, con la bocciatura a larga maggioranza (229 voti contrari e 151 favorevoli, con il centrodestra che aveva portato a casa 7 voti in più del previsto) delle pregiudiziali di incostituzionalità presentate dall’opposizione, fra cui anche quella che prevede l’indicazione del candidato premier prima del voto.
Confermato martedì e mercoledì con il sì agli articoli relativi al premio di maggioranza (la coalizione che supera il 42% alla Camera e al Senato potrà contare sul premio di maggioranza: 70 deputati e 35 senatori), alle preferenze e all’aumento del numero di firme per la presentazione delle liste, con 228 voti a favore, 144 contrari e 3 astenuti, e con 214 voti favorevoli, 126 astenuti e nessun contrario all’articolo 8, che introduce il voto per i fuorisede. Tutto questo spiega perché – a dispetto del «casino» (scusate il francesismo) del centrosinistra, che in questi ultimi 15 giorni è andato più volte in escandescenze – la Meloni abbia dichiarato più volte alla vigilia del voto finale «sono serena come sempre» e abbia avuto ragione.
Mentre la sinistra ha continuato a inseguire fantasmi, uscendone alla fine con le ossa rotte. Il voto finale le ha dato ragione e, confermando quanto successo martedì e mercoledì, giovedì ha detto sì anche al testo della legge, ribadendo la propria fiducia nel governo e dando il via libera definitivo allo «Stabilicum» del governo Meloni, che dopo appena 24 ore il capo dello Stato ha anche provveduto a promulgare. E c’è anche da sottolineare che alla Camera si votava su tutto il testo a scrutinio segreto, ma – contrariamente a quanto la stampa e il centrosinistra continuavano a sostenere – non ci sono stati intoppi: la legge è stata approvata con 227 voti favorevoli, 164 contrari e nessun astenuto. La maggioranza necessaria era di 196, visto che i presenti erano 391.
Il rischio dei franchi tiratori
Ma c’è anche da dire che martedì e mercoledì, come scritto in apertura, erano stati approvati i primi tre articoli e l’ottavo, cioè le parti inizialmente modificate dal Senato. Sui primi tre il governo aveva posto la questione di fiducia, che obbligava i parlamentari a votare il testo senza possibilità di modifiche, vincolando la permanenza del governo all’approvazione. Se la Camera non li avesse approvati, il governo sarebbe caduto. Sul voto del testo complessivo, invece, non era stata posta la fiducia. Se non fosse stato approvato dalla maggioranza, il testo sarebbe stato respinto, ma il governo non sarebbe stato obbligato a dimettersi.
Sarebbe stata, però, una sconfitta politica che avrebbe portato – come più volte minacciato dalla premier nei giorni precedenti – alle dimissioni del governo Meloni. Il voto di giovedì è stato quindi un passaggio delicato, anche perché si è svolto a scrutinio segreto e – a differenza di quelli dei giorni precedenti, quando i voti erano stati espressi per appello nominale – esponeva l’esecutivo al rischio dei «franchi tiratori» e alla possibilità di cadere vittima di quello «scossone» che il consigliere di Mattarella, Garofani, «sognava» per costringere il governo Meloni a passare la mano.
Un bel coraggio, insomma, quello mostrato ancora una volta da Giorgia, ma anche e soprattutto la dimostrazione della solidità e della compattezza esistenti fra le fila della maggioranza. Ulteriormente rinsaldate dalla constatazione che la strada di Vannacci comincia a inerpicarsi: lui perde consensi e la Lega lo sorpassa.
Le difficoltà del centrosinistra
Mentre ancora una volta, e soprattutto quando avrebbe dovuto mettere in vetrina un minimo di unità, il campo(santo) ha dimostrato di essere un nido di serpi, l’una contro l’altra armata, senza un programma, senza candidato e senza aver ancora deciso se «primarie sì» o «primarie no» e, più che al futuro del Paese, mostra di avere a cuore solo i propri interessi.
Tant’è che Conte, mentre continua a insultarla, pretende che Schlein si faccia garante di Renzi, che a sua volta spara a zero su di lui e sottolinea che la leader del Pd «è la meno indicata a dare garanzie sul suo conto, visto che lasciò il partito per incompatibilità di potere proprio con lui». E di garanzie il voltagabbana di Pontassieve ne pretende ben 3: che Salvini non vada al Viminale, che Giorgetti non torni a Palazzo Chigi quale sottosegretario alla Presidenza (poltrone che occuparono ai tempi del Conte I) e, infine, che non staremo mai dalla parte di Trump. Come se, anziché essere soltanto un ex premier fallito – speranzoso di riuscire a intrufolarsi nel vagone del centrodestra a sbafo e solo occhieggiando a FI (da cui, però, ha già ricevuto un secco rifiuto) – fosse Papa Leone XIV.
A questo punto, non resta che aspettare che si esprima la Consulta tra fine gennaio e inizio febbraio, senza eccessivi timori. A questo punto, dopo il via libera di Mattarella, non resta che attendere quello della Consulta, che certo potrebbe apportare qualche modifica, ma si tratterà di correzioni che non ne cambieranno i principi. Non ci saranno, insomma – calcisticamente parlando – calci di rigore da tirare e bisognerà solo aspettare la fissazione della data del voto.




