Meno armi, più strutture pubbliche: il paradosso verde
Angelo Bonelli ha trovato un’altra difesa possibile. Non prevede nuovi sistemi antimissile, caccia, droni o carri armati. È la «difesa civile, non armata e nonviolenta», proposta che il leader dei Verdi ha sottoscritto annunciando di voler sostenere l’istituzione di un Dipartimento dedicato alla difesa civile, ai Corpi civili di pace e alla ricerca per la pace e il disarmo. Nel frattempo la raccolta delle firme è terminata e la proposta di iniziativa popolare è arrivata davvero in Parlamento.
È qui che cominciano le domande. La difesa non armata della Patria, infatti, non nasce con questa proposta. Il Servizio civile universale esiste già e la normativa vigente individua proprio nella «difesa non armata della Patria», nella promozione della pace, della nonviolenza e dei valori della Repubblica alcune delle sue finalità. Non solo. Sono gli stessi promotori della nuova legge a partire dalle esperienze già maturate nel Servizio civile, nella Protezione civile, nella cooperazione internazionale e nella prevenzione dei conflitti.
Un Dipartimento, un Consiglio, un Istituto e un Fondo
La soluzione proposta è creare una nuova struttura presso la Presidenza del Consiglio. Il Dipartimento dovrebbe svolgere funzioni di indirizzo, coordinamento e attuazione delle politiche di difesa civile non armata, avvalendosi dei Corpi civili di pace e di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo. Non finisce qui. Dovrebbe operare in raccordo con Protezione civile, Vigili del fuoco e Servizio civile universale e avrebbe al proprio fianco anche un Consiglio nazionale consultivo. E naturalmente servono i soldi.
La proposta istituisce un Fondo nazionale per la difesa civile destinato a finanziare stabilmente le attività del nuovo Dipartimento. La dotazione dovrebbe essere determinata ogni anno dalla legge di Bilancio e potrebbe essere alimentata anche attraverso la possibilità di destinare il sei per mille dell’Irpef.
La tesi dei promotori è che l’attuale organizzazione sia troppo frammentata e che serva quindi una struttura capace di coordinare esperienze diverse. Ma la domanda resta: perché creare un altro carrozzone che si mangia soldi pubblici per coordinare attività che vengono già svolte?
È un vizio antico della pubblica amministrazione italiana: invece di utilizzare e far funzionare meglio ciò che già esiste, si aggiunge un altro organismo. Un Dipartimento che si raccorda con altri Dipartimenti e strutture, un Consiglio che lo supporta, un Istituto di ricerca e un Fondo dedicato. Prima ancora di sapere quale risultato concreto produrrà tutto questo, sappiamo già che bisognerà organizzarlo e finanziarlo.
E quando la guerra comincia davvero?
Resta poi la questione contenuta nella stessa espressione «difesa civile, non armata e nonviolenta». La proposta richiama prevenzione dei conflitti, mediazione, cooperazione, protezione delle popolazioni e resistenza civile. Tutto molto bello finché dall’altra parte c’è qualcuno disposto a discutere. Il problema nasce quando il possibile aggressore preferisce presentarsi con soldati, missili, droni e carri armati.
A quel punto cosa dovrebbe fare la difesa civile nonviolenta? Fronteggiare il nemico con i fiorellini? O a colpi di battute, sperando che l’avversario muoia dalle risate? Naturalmente neppure gli autori della proposta arrivano a sostenerlo. Ed è proprio qui che nasce una contraddizione difficile da ignorare: la nuova difesa civile non dovrebbe sostituire quella militare, ma affiancarla.
Dunque i militari restano. E se restano i militari, servono le armi. Servono mezzi, munizioni, sistemi di difesa, navi, aerei e tecnologie. Tutte cose che, purtroppo, non vengono distribuite gratuitamente insieme ai fiorellini. E qui il ragionamento di Bonelli comincia ad avvitarsi su se stesso.
Le spese militari
Il leader dei Verdi denuncia l’aumento delle spese militari mondiali, ricorda i 2.888 miliardi di dollari raggiunti nel 2025 e attacca l’aumento delle risorse destinate agli armamenti. Ma se la difesa militare deve continuare a esistere e deve essere in grado di difendere realmente il Paese, con quali risorse dovrebbe essere mantenuta? Se non si vogliono abolire le Forze armate – e questa proposta non le abolisce affatto – bisognerà continuare a finanziarle. E se devono essere Forze armate e non un’associazione ricreativa, bisognerà anche comprare, mantenere e aggiornare gli armamenti.
Non si può contemporaneamente sostenere che la difesa militare resta indispensabile e comportarsi come se la spesa militare fosse, per definizione, denaro buttato. È precisamente qui che la «difesa civile non armata e nonviolenta» mostra il suo paradosso: non elimina la difesa tradizionale e quindi non elimina neppure la necessità di finanziarla. Semplicemente le mette accanto un’altra struttura. E per quella, invece, i soldi bisogna trovarli.
Un nuovo Dipartimento, un Consiglio nazionale consultivo, un Istituto di ricerca e un Fondo nazionale, mentre esistono già il Servizio civile universale, la Protezione civile e altre strutture che svolgono attività riconducibili alla difesa civile. Il risultato rischia così di essere assai meno rivoluzionario dello slogan: i militari rimangono, le armi rimangono, la relativa spesa rimane e, in compenso, si aggiunge un altro pezzo di apparato pubblico da finanziare. E se un giorno qualcuno dovesse davvero attaccarci, difficilmente basterà ricordargli che abbiamo istituito un Dipartimento per la nonviolenza. A meno di non voler davvero provare con i fiori nei cannoni.




