Campo largo, il sondaggio rovina la foto di famiglia: Schlein e Conte restano distanti

Il 60,5% degli italiani non vede una coalizione coesa

Un elettore del Pd su due non vede un campo largo unito e coeso. Basterebbe questo numero per spiegare quanto sia complicato il cantiere dell’alternativa al centrodestra. Ma da settimane Elly Schlein e Giuseppe Conte sembrano incaricarsi di offrire anche la dimostrazione pratica: prima la leadership e le primarie, poi il peso dei partiti e Matteo Renzi, infine l’Ucraina. Un botta e risposta continuo che, invece di restringere le distanze, continua ad allargare il terreno dello scontro.

A mettere i numeri sul tavolo è il sondaggio realizzato da Only Numbers per Porta a Porta. Il 60,5% degli intervistati non considera il campo largo una coalizione unita e coesa. Un risultato che potrebbe sembrare quasi fisiologico se fosse determinato soprattutto dagli elettori del centrodestra. Il problema per l’opposizione è che la stessa convinzione entra direttamente dentro il suo principale partito: tra gli elettori del Pd la percentuale arriva al 50,4%.

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Nel Movimento 5 Stelle è il 37,7% a non vedere compattezza, mentre pesa un altro dato: il 33,3% non prende posizione. Il quadro cambia tra gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra, dove il 46,2% considera invece il campo largo una coalizione compatta.

Il nodo Renzi divide soprattutto il Movimento 5 Stelle

Poi c’è Matteo Renzi. Ed è qui che uno dei problemi politici discussi da mesi dai leader trova una corrispondenza particolarmente evidente nell’elettorato. Complessivamente il 45,5% degli intervistati è favorevole alla presenza di Italia Viva nella coalizione. Tra chi vota Movimento 5 Stelle, però, il 58% è contrario. Anche l’elettorato di Avs si divide: 41% favorevole e 41% contrario.

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Il sondaggio arriva mentre la discussione tra Pd e Movimento 5 Stelle è entrata in una fase sempre più esplicita. Alla Direzione democratica Schlein ha rivendicato il peso elettorale del suo partito: «Siamo saldamente il primo partito dell’opposizione», ricordando che il Pd ha «il doppio dei voti» delle altre forze.

E sul programma comune ha fissato un principio destinato inevitabilmente a chiamare in causa Conte: essere inclusivi, ha sostenuto, non significa che «uno vale uno». Quanto alla leadership, la posizione della segretaria è altrettanto chiara: in assenza del riconoscimento della guida al partito con maggiore consenso, la soluzione sono le primarie.

Conte ha raccolto immediatamente la sfida. «Dopo le parole di Schlein non ci sono alternative alle primarie», ha replicato, tornando anche su quel «uno vale uno» utilizzato dalla leader dem. Per il presidente del M5S significa invece che devono contare i cittadini e le loro posizioni, comprese quelle su armi e riarmo.

Il confronto, però, non nasce adesso. Già all’inizio di agosto Conte aveva proposto di affidare alle primarie anche la soluzione delle differenze sull’Ucraina. La risposta di Schlein fu netta: «Non funziona così». Prima, secondo la segretaria, bisogna costruire «il programma condiviso da tutta l’alleanza» e soltanto dopo scegliere attraverso le primarie chi dovrà guidarla.

Sull’Ucraina il compromesso diventa sempre più difficile

Da allora il problema non è scomparso. Anzi. A settembre il Movimento 5 Stelle ha sottoposto la propria linea agli iscritti e il risultato ha consegnato a Conte un mandato difficilmente aggirabile al tavolo con gli alleati: il 91,7% ha votato contro la prosecuzione dell’invio di armi all’Ucraina, il 94,1% contro il piano di riarmo europeo e il 91,8% contro l’aumento della spesa per la difesa.

«La nostra base ci ha dato un mandato chiaro, che assolveremo con determinazione», ha dichiarato Conte, aggiungendo che «continuare a inviare armi significa allontanare la pace». E sui contenuti ha avvertito: «Non indietreggeremo di un millimetro».

Schlein ha continuato invece a scommettere sulla possibilità di una sintesi: «Sulle nostre differenze troveremo un accordo e un compromesso». Ma proprio sull’Ucraina i tentativi di costruire un punto di caduta continuano a mostrare quanto sia stretta la strada.

Goffredo Bettini ha provato a proporre una mediazione: tregua sulla linea del fronte, fascia smilitarizzata sotto garanzia dell’Onu, ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea ma non nella Nato e prosecuzione, durante la trattativa, dell’invio di armi esclusivamente difensive. Neppure questa soluzione è bastata a Conte. «Non puoi essere interprete di una svolta continuando a inviare armi come sempre», ha replicato il leader del Movimento.

La scommessa

E nel fine settimana ha alzato ulteriormente il livello dello scontro sulla politica seguita dall’Occidente dal 2022. «Avete fatto la vostra scommessa? L’avete persa. Dal febbraio 2022 l’abbiamo tutti persa, anche gli ucraini», ha affermato Conte. Poi l’avvertimento: «Adesso cambia registro. Non siamo più disponibili ad assecondare lo stesso registro».

Parole che hanno provocato una nuova reazione dentro il Pd. Simona Malpezzi, esponente dell’area riformista, ha contestato innanzitutto il concetto stesso di «scommessa»: il sostegno europeo all’Ucraina, ha osservato, nasce dalla necessità di difendere un Paese aggredito e il principio secondo il quale «i confini non si cambiano con la forza». Poi il messaggio politico rivolto direttamente alla costruzione dell’alternativa: «Le alleanze si costruiscono nel confronto, ma sui principi fondamentali non si può essere ambigui».

Mattone dopo mattone

Ed è probabilmente qui che il sondaggio e il confronto politico finiscono per incrociarsi. Perché il problema del campo largo non è soltanto stabilire chi debba guidarlo. Schlein e Conte devono ancora trovare una sintesi sul perimetro della coalizione, sul peso delle singole forze e soprattutto sui punti essenziali del programma di un eventuale governo.

A parole il campo largo lo vogliono costruire tutti. Conte compreso. Nei fatti, però, il leader del Movimento 5 Stelle sembra impegnato quasi nell’operazione opposta: mette in discussione Renzi, sfida Schlein sulla leadership, rivendica il peso delle primarie e sull’Ucraina traccia una linea difficilmente conciliabile con quella di una parte consistente del Pd. Un mattone dopo l’altro dovrebbe nascere l’alternativa al centrodestra; un paletto dopo l’altro, invece, il cantiere rischia di diventare sempre più impraticabile.

Il 60,5% degli italiani, dunque, potrebbe semplicemente aver guardato quello che accade da settimane. E aver tratto la conclusione più immediata: il campo largo viene costruito nelle dichiarazioni, mentre nella pratica Giuseppe Conte sembra fare di tutto per demolirlo.

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